I Grandi Classici – “Fame”, desiderio di vita e letteratura in chiave norvegese, di Knut Hamsun

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Suggere il midollo della vita non è operazione facile: camminare o saltare su treni e chopper? Passare sette anni in Tibet o saltare da un lavoro all’altro attaccati alla bottiglia? E soprattutto, seguire la strada meno battuta nel bosco o nei boschi perdersi fino alla morte per inedia? Qualunque sia la soluzione di vostra scelta, è indubbio che quello che ci guida è la sete di vita, in qualche caso persino di conoscenza: sete che può diventare un’ossessione, fino a portare a bruciare la candela da entrambi i lati, fino ad entrare nel Club dei 27, nel dubbio atroce se stiamo prendendo abbastanza, della vita e dalla vita. Una sete inestinguibile: o, nel caso del romanzo più famoso di Knut Hamsun, Fame.

Knut Hamsun

Non abbiamo dubbio alcuno che il nome di questo scrittore norvegese, scomparso nel 1952 a novantatré anni, non sia di quelli che vengono immediatamente in mente tra i preferiti delle ultime generazioni, e in verità nemmeno di quella dello scrivente. Eppure, Hamsun è un vincitore di premio Nobel nella fattispecie nel 1920 – mentre Fame è del 1890, quando lo scrittore era trentottenne. La trama è sostanzialmente legata alla scrittura, ma in Fame non c’è nulla della bellezza bohémienne, del romanticismo nemmeno virato sporco dell’ossessione per la scrittura alla Bukowski. Diviso in quattro parti nonostante nelle dimensioni alquanto contenute, il romanzo si svolge nella capitale norvegese Oslo al tempo in cui era ancora chiamata Christiania, quindi prima del 1925 (ma per esattezza storica, andrebbe specificato che nel 1877 la grafia del nome divenne Kristiania) e narra di uno scrittore il quale, nonostante le transitorie ed effimere speranze che si alternano a cocenti delusioni, vive in condizioni estreme, guidato dal solo desiderio di seguire l’arte della scrittura. di Fame, nel 1966 il grrande regista Henning Carlsen trasee un ottimo, omonimo film, avente per protagonista Per Oscarsson.

Erano gli anni in cui erravo affamato per le strade di Christiania, quella strana città da cui non riesci a fuggire prima che t’abbia impresso il suo marchio.

Ricevendo i saluti di un alto ufficiale, Knut Hamsun, aka the nazi novelist

La fame, quindi, va intesa in senso letterale, e la scelta di scrivere in prima persona rende la descrizione delle sensazioni, sia fisiche legate alla mancanza di cibo, che morali dovute alle continue frustrazioni, estremamente vivide, toccando in modo – alquanto, invero – tangente lo stream of consciousness. «Se decidi di tentare, vai fino in fondo», dirà Harry Chinaski: ma al protagonista di Fame non si dischiude un’esperienza pari al dialogare con gli Déi. Quello che Hamsun presenta è la storia di un declino, col suo protagonista che ben presto arriva al punto di venir buttato fuori dalla pensione di cui vive non riesce a pagare la pigione. Inizia così un vagabondaggio, ma senza l’afflato avventuroso di Kerouac, senza lo stoicismo epico di Bukowski, assai più simile al degrado delle Confessioni di un clown di Boll; ridotto totalmente sul lastrico, il protagonista trascorre periodi in cui è costantemente dilaniato dalla fame, arrivando a veri e propri deliri da inedia, sfiorando il tracollo nella pazzia definitiva e la morte.

E intorno a me covava sempre la stessa oscurità, quella stessa eternità nera e imperscrutabile, contro la quale si inalberavano i miei pensieri incapaci di afferrarla. Con che cosa potevo paragonarla? Feci sforzi disperati per trovare una parola abbastanza grande per definire quel buio, una parola così crudelmente nera da annerire la mia bocca quando l’avessi pronunciata.

Ma ancora, risorge la speranza come un fungo velenoso: la vendita di un articolo porta quale corona e un periodo meno tetro, che però non dura a lungo. Il racconto, com’è piuttosto ovvio, porta ad intersecare una serie di personaggi bizzarri, ed una improbabile storia sentimentale: sino a che, nell’ultima parte, dopo la narrazione di due stagioni di fame, quando ogni speranza è perduta, arriva un lavoro a strapparci dalle illusioni di un’arte insufficiente. Una soluzione alla Conrad, o meglio ancora alla Melville: il classico imbarco su un mercantile russo, che segna la fine della lotta alla fame e, verosimilmente, la fine sia dell’età dell’innocenza che della gioventù, sancendo l’ingresso nell’età adulta e la morte (per inedia? Per inedia) di illusioni e felicità.

La classica edizione italiana di “Fame”, da Adelphi

Nonostante il senso di angoscia che pervade l’intero romanzo, che giunge a punti di patetismo intenso quando viene dipinto l’illusorio entusiasmo per la vendita dell’articolo (forse il passaggio migliore dell’intero romanzo), Fame è un testo che si divora e che rimane a pieno titolo nel novero dei Grandi Classici, in questo caso da riscoprire per il vasto pubblico, essendo anche, come si diceva, il testo che ha rivelato il talento di Hamsun e che fa da punto d’inizio di un’opera omnia sotto il segno, come Fame, della tematica del senso di solitudine e di perdita di senso precursori della disgregazione dell’io dell’uomo del ‘900. Nondimeno, nonostante il valore dell’opera di Hamsun, desta perplessità la ben nota adesione all’ideologia nazista da parte dell’autore, che arrivò alla stesura di un necrologio in cui descriveva il dittatore nazista come un guerriero per l’umanità – e del resto Hamsun aveva addirittura donato a Goebbels la medaglia ottenuta al conferimento del Nobel. Per questi ed altri acclarati fatti, Hamsun è noto anche con l’appellativo di “The Nazi Novelist”.

Nonostante Hamsun sia poi stato dichiarato nel 1948,insano di mente e le sue facoltà mentali irrimediabilmente danneggiate, va ricordato che il suo sostegno alla Germania datava sin dai prodromi della Prima Guerra Mondiale: alla luce del fatto che quest’anno il Nobel per la Letteratura non verrà assegnato per uno scandalo sessuale che ha visto coinvolto il coniuge di un membro della giuria, desta quantomeno perplessità (contestualizzata e retroattiva) il fatto che il Nobel ad Hamsun non sia stato messo in discussione. Perplessità, comunque, minore rispetto a quella che coglie leggendo la vicenda e le aspirazioni del protagonista di Fame alla luce dell’ideologia nazista.

E comunque, come si diceva, la storia di svolge attraverso due stagioni, sei mesi in definitiva: la resa del protagonista è pressoché subitanea, né si può dire che ci abbia provato fino in fondo, ma piuttosto intensamente per un breve periodo.

Evidentemente, il protagonista non aveva poi questa gran fame.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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