Militari condannati per stupro: una storica sentenza in Messico rende giustizia a Valentina Rosendo Cantù

0 789

Con una storica condanna ​​della magistratura messicana, è stata riconosciuta in Messico la tortura sessuale. Valentina Rosendo Cantù nel 2002 era una minore indigena del gruppo etnico Me’phaa, violentata e torturata da un gruppo di soldati, presa durante un’operazione di traffico di stupefacenti mentre lavava i panni in un ruscello.

È la prima volta che il governo messicano emette una sentenza contro il personale dell’esercito e segna uno spartiacque nella difesa dei diritti delle donne, fissando dei precedenti per lo sviluppo dei crimini di tortura sessuale e violenza militare istituzionale.

Dopo una lunga lotta davanti alle istanze internazionali, la Settima Corte di Distretto nello Stato di Guerrero condanna al pagamento del risarcimento congiuntamente alla pena detentiva di 19 anni, cinque mesi e un giorno di prigione i militari Nemesio Sierra García e Armando Pérez Abarca per i crimini di stupro e tortura. La risoluzione fa anche riferimento alla tortura sessuale come un atto di discriminazione aggravata, che sfrutta «l’ineguaglianza strutturale in cui è stato trovato chi è indigeno, che lo ha reso suscettibile agli abusi e alla violazione dei diritti». Questo fatto, per il caso di Rosendo Contù, si è aggiunto all’iniqua circostanza di essere una giovane minore, evidenziando un’asimmetria del potere tra vittima e oppressori: i suoi aggressori erano infatti militari con armi da fuoco regolamentari.

Valentina Rosendo Cantù era femmina, minore di età, proveniente da una tribù indigena, povera, parlava una lingua diversa: tutte le discriminazioni multiple e interrelate, riconosciute in un solo atto giuridico. Il giudice ha conferito anche piena credibilità alla testimonianza di una vittima di violenza sessuale, considerata come prova fondamentale. I soldati hanno inflitto danno «alla dignità, all’onore della famiglia e alla stessa comunità perché gli elementi militari hanno usato la loro forza per causare terrore e rompere il tessuto comunitario», ha affermato Abel Barrera, direttore del Centro per i Diritti Umani della montagna Tlachinollan.

In Messico, ma non solo, i militari, affermandosi come gruppo armato, spesso si comportano come se non esistessero leggi a tutela dei diritti della gente. La comunità Me’phaa, inoltre, non parla spagnolo, da cui anche una forte difficoltà a comunicare sia all’atto delle aggressioni, sia successivamente nella ricerca di giustizia.

Questa sentenza è quindi  una pietra miliare che arriva dopo 16 anni di procedimenti e contenziosi. Sebbene fosse stata presentata denuncia al tribunale civile, il caso venne trasferito all’esercito e archiviato dal governo messicano. Seguì quindi l’appello alla Corte Interamericana dei Diritti Umani (Centro di giustizia e diritto internazionale per l’America Centrale e il Messico CEJIL), che, già nel 2010, aveva emesso una sentenza contro lo Stato Messicano. In quell’occasione erano state ordinate 16 misure di riparazione, tra le quali un’indagine efficace, identificazione e relativa punizione delle persone responsabili, al fine di garantire l’accesso alla giustizia alle vittime dei militari.

Nulla di fatto fino al 2012, quando l’Ufficio della Giustizia militare (PGJM) della Procura Generale ha notificato che le indagini erano state deferite alla Procura Generale (PGR). Un anno dopo, due persone furono consegnate al sistema giudiziario federale: un elemento dell’esercito attivo ed un altro al di fuori del servizio, che era stato inequivocabilmente identificato da Valentina Rosendo Cantù. Cinque anni dopo, è nel giugno 2018 che viene emessa la sentenza per entrambi. Tuttavia, gli imputati hanno presentato ricorso giudiziario per tentare di rovesciare la condanna.

Come Valentina Rosendo Cantù, molte altre giovani sudamericane cercano giustizia ed il miglioramento delle condizioni di vita. Rifiutando di essere una vittima muta, Valentina iniziò a ricevere minacce di morte: sono stati attaccati una delle sue figlie e due dei suoi sostenitori dell’Organizzazione degli indigeni Me’Phaa People (OPIM).  Le vittime sono state rapite, torturate e uccise, inoltre il leader di OPIM, Obtilia Emanuel, ha dovuto lasciare la regione per sicurezza.

Valentina Rosendo Cantù non è sola, infatti tra gli indigeni Me’phaa anche Inés Fernández Ortega, vittima di torture sessuali, ha ottenuto per ora solo una sentenza della Corte Interamericana a suo favore, ma rimane tutt’ora in Messico a combattere per l’integrazione e le donne.

Grazie a queste e ad altre sentenze emesse dalla Corte Interamericana, il Messico ha emendato il Codice di Giustizia Militare nel 2014 e stabilito che le violazioni dei diritti umani commesse dai soldati contro i civili sono investigate in tribunali civili e non militari. Ciononostante sono ancora innumerevoli i casi di violazioni dei diritti umani perpetrati dall’esercito e dalla polizia federale, incluse sparizioni, esecuzioni e torture. In Messico, infatti, oltre il 90% dei crimini rimane impunito, le aggressioni contro le donne crescono in modo esponenziale, spesso portando a femminicidi. Gli abusi contro i civili da parte delle forze armate sono inoltre aumentati con il dispiegamento dell’Esercito e della Marina per svolgere compiti di sicurezza e operazioni di presunto contrasto al narcotraffico.

Il mese scorso, secondo le Nazioni Unite erano presenti forti indicazioni sulla responsabilità delle forze di sicurezza per le ondate di sequestri e uccisioni sospette nella città di Nuevo Laredo, al confine con gli Stati Uniti. In questi giorni i marines messicani avrebbero annunciato la loro disponibilità a collaborare con procuratori statali, federali e Commissione Nazionale per i Diritti Umani per le indagini. Secondo le ultime stime delle Nazioni Unite, almeno 21 persone sono scomparse in città da febbraio, detenute da ufficiali in uniforme nel mezzo della notte e mai più rintracciate.

Fuck Pirlott, let’s rock

Lara Farinon per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.