#Ontheroad – de Chirico e le metafisiche piazze d’Italia

0 1.383

Il termine Stimmung è tedesco e richiama un’atmosfera gremita di aspettative silenziose, uno scenario con delle mattonelle rosse esposte al calore ingannatore di un sole che le ha ormai intimamente dimenticate, con un orologio di fondo che ticchetta impaziente in una piazza deserta. Giorgio de Chirico è riuscito a dare una raffigurazione copiosamente realistica e disadorna di elementi futili a questo scenario, pennellandolo olio su tela e dandogli un nome, traducendo il termine tedesco in “metafisica“.

L’enigma dell’ora, 1910-1911

Tra gli spalti, c’è un orologio privo di ghirigori, che se fosse vivo contemplerebbe con fare irrisorio qualunque spettatore, per il semplice fatto che tanto nessuna figura nera ballerina di passaggio in qualsivoglia immaginabile piazza potrà mai influenzare lo scorrere del tempo. In alcun modo e in nessuna fantasia, non c’è meccanismo reale o immaginario che possa bloccare l’alternarsi della rugiada con l’arsura o osservare, fermandolo, il passaggio del testimone all’azzurro torpore turchino delle cicliche ore serali. Eppure, in quest’atmosfera rarefatta di infinità non arenabile, a discapito di tutto c’è una persona che osserva il tempo. Dentro quel chitone color panna c’era proprio lui, de Chirico, come avrebbe confermato in uno scritto del 1912-13 affermando che gli era capitato numerose volte di ritrovarsi a contemplare la fissità rarefatta di taluni spazi aperti in cui lui, adagiato su una panchina, proiettava quel che era la sua “lunga e dolorosa malattia”. Non ci vuole niente a essere un omino silenzioso che alle tre meno cinque di un qualunque pomeriggio estivo rivolge sguardi a ciò che è solo ipotizzabile.

“Le muse inquietanti”, 1916

Eppure allo stesso tempo si è qualcuno, che originalmente siede proprio in quella posizione in una Piazza d’Italia, a riflettere sulle ore o a vederle partire. Ore che sembrano essere paralizzate in un cielo dalle tinte gialline, prigioniere di un tessuto sgranato, quasi libere di viaggiare ma mai abbastanza da disperdersi nell’aria, arenate a creare diagrammi stolti e risolutivi a metà in una composizione che pare un sogno muto ma continuamente modificabile su libera interpretazione. Come se, tra le riflessioni dei minuti, da un momento all’altro potesse ribaltarsi il palcoscenico e scaraventare sulla scena, spingendoli fuori a forza da un vicolo isolato, un peplo sgraziato e un manichino adagiato su una scatola turchina. Accanto a loro, in una policromia rude e rossastra, c’è un’amalgama che esprime la relazione concitata tra oggetti più disparati, da una statua antica corrosa dal tempo a birilli neri che si spacciano per teste senza volti per arrivare a una scatola variopinta dormiente sul suolo di legno.

È un’apoteosi di grandi rimescolamenti commistionati entro scenografie quotidiane, per ridefinire dei confini ipotizzabili che spesso sembrano essersi dispersi nel passato remoto. Osservando gli elementi più disparati e prendendo posto su una qualsiasi panchina, che sia nella Piazza Santa Croce a Firenze di de Chirico o in qualsiasi altra in giro per il mondo, si ha la sensazione di quell’incertezza pullulante in ogni retrovia che nessuno meglio di Jean Luis Borges ne Il sogno poteva esprimere meglio:

L’ora ci deruba d’un dono inconcepibile, intimo al punto da esser traducibile solo in sopore, che la veglia dora di sogni, forse pallidi riflessi interrotti dei tesori dell’ombra, d’un mondo intemporale, senza nome, che il giorno deforma nei suoi specchi. Chi sarai questa notte nell’oscuro sonno, dall’altra parte del tuo muro?

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.