“Clandestino. Ispirato a troppe storie vere”: le migrazioni umane e i viaggi disperati

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Le migrazioni umane, innanzitutto, devono essere suddivise in due tipi: quelle volontarie e quelle forzate. Tra le migrazioni volontarie possiamo annoverare gli spostamenti causati dalla voglia di conoscenza di altri luoghi, ma con una condizione di partenza favorevole: ad esempio, avviene una migrazione volontaria quando un ragazzo milanese va a studiare a Berlino perché stufo di stare in Italia. Il caso più (tristemente) celebre di migrazione forzata è sicuramente la tratta degli schiavi, dove milioni di Africani furono portati a lavorare nelle piantagioni di cotone e caffè degli Stati Uniti d’America. Tuttavia, le migrazioni umane forzate sono quelle che più interessano i giorni nostri. Quello sugli immigrati è il tema che spacca la popolazione che prova a cercare soluzioni al problema in modi opposti.

L’errore che facciamo più frequentemente, però, è quello di considerare i migranti come numeri e non come esseri umani che compiono dei viaggi disperati per arrivare qui. A tal proposito è stato recentemente pubblicato Clandestino. Ispirato a troppe storie vere libro del giovane Guglielmo Mihelj (ed. Vertigo). Il libro è appunto basato sulle storie di chi abbandona il proprio paese, costretto dalla guerra e dalla fame, per venire a vivere in Europa. Si tratta di storie tristissime, fatte di barche fatiscenti, viaggi disumani nei camion, sbarchi e cure in ospedale dove si attende di ottenere la cittadinanza. C’è poi il caporalato, il lavoro sottopagato, la diffidenza nei confronti di chi è straniero, che spesso diventa paura e poi sfocia nella violenza. Ci sono celebri racconti che riguardano le migrazioni, basti pensare alla storia di Enaiatollah Akbari, nato a Nava, nel Sud-Est dell’Afghanistan, che fu accompagnato dalla madre fino in Pakistan, affinché potesse avere la speranza di una vita migliore. Il bambino inizia un viaggio che lo porterà nel giro di cinque anni in Italia, passando per Iran, Turchia e Grecia. C’è un passo di questo lungo viaggio, raccontato dallo scrittore Fabio Geda che ha raccontato tutta questa Odissea, che riguarda il passaggio tra l’Iran e la Turchia, raggiunto a piedi, di notte, in montagna:

Il diciottesimo giorno ho visto delle persone sedute. Le ho viste in lontananza e non capivo perché si fossero fermate. […] Erano congelate. Erano morte. […] Io, a uno, ho rubato le scarpe, perché le mie erano distrutte e le dita dei piedi erano diventate viola e non sentivo più nulla, nemmeno se le battevo con una pietra. […] Il ventiseiesimo giorno, la montagna è finita. […] A quel punto, per la prima volta dall’inizio, ci siamo ricontati. Mancavano dodici persone. Dodici, del gruppo di settantasette, erano morti durante il cammino. Bengalesi e pakistani, soprattutto. Scomparsi nel silenzio, e io non me ne ero neppure accorto.

Compiuto un viaggio del genere c’è un’altra, immensa, incognita. Ci sarà un futuro roseo ad aspettarli? Ciò che loro non sanno è che i paesi che accoglienti, non sanno e forse non vogliono nemmeno sapere come ospitarli e come dargli un futuro. Inizia così una spirale infinita di sfruttamenti, lavori a nero che violano ogni forma di diritto umano. Siamo chiamati a dare una risposta, tutti quanti. Ma la risposta non deve essere quella che abbiamo proposto fino ad oggi.

Francesco Dalla Casa per MIfacciodiCultura

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