“Tutti gli uomini del presidente”: dallo scandalo Watergate agli ideali di democrazia

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Impeachment. Vi dice niente? È una delle parole più cercate su Google e più digitate sui social dagli italiani in queste ultime settimane. Il termine è balzato agli onori della cronaca dopo il veto del Presidente Sergio Mattarella sulla nomina di Paolo Savona Ministro dell’Economia. In seguito a questa decisione, il capo politico del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio, ha chiesto appunto “l’impeachment”, ovvero la messa in Stato di accusa del Presidente previsto all’articolo 90 della Costituzione. Si può invece utilizzare correttamente questo termine nel caso di Richard Nixon, 37° Presidente degli Stati Uniti dimessosi il 9 agosto 1974 in seguito ai fatti del Watergate, uno dei più grandi scandali politici che ha scosso l’America.

Gli argomenti di una campagna elettorale sono la pace e la prosperità, non i fondi spesi per ottenerla.

Nella settima arte, sono molti i film che si rifanno a questo evento. Uno dei più noti è senza dubbio Tutti gli uomini del presidente (1974) diretto da Alan J. Pakula e interpretato da Robert Redford e Dustin Hoffman nei ruoli, rispettivamente, di Bob Woodward e Carl Bernstein, i due giornalisti che hanno scritto il libro omonimo dedicato all’indagine sullo scandalo Watergate. I due cronisti, allora giovani penne del Washington Post, ebbero un ruolo fondamentale nello smascherare il sistema di relazioni oscure su cui si basava l’amministrazione di Nixon. A onor del vero, il film ripercorre passo passo i momenti di svolta che hanno segnato la loro inchiesta giornalistica: dall’effrazione nella sede del Partito Democratico, avvenuta il 17 giugno del 1972, alla fuga di notizie della misteriosa fonte anonima “Gola profonda”, fino ad arrivare alla procedura di imputazione nei confronti del Presidente degli Stati Uniti.

In una cospirazione come questa, si comincia dalle frange esterne e si va avanti passo per passo. Se si spara troppo in alto e si manca il bersaglio, quelli si sentono più sicuri e l’inchiesta viene ritardata di mesi interi.

Divenuta col tempo una pellicola cult, Tutti gli uomini del presidente, vincitore tra l’altro di ben quattro Premi Oscar (Miglior attore non protagonista, Migliore sceneggiatura non originale, Migliore scenografia e Miglior sonoro) è un soggetto autentico, capace di andare oltre la realtà dei fatti e di descrivere senza troppi limiti l’essenza della lungimiranza, il coraggio, la generosità della storia. La regia di Pakula mantiene uno stile semplice e scrupoloso, capace di adattarsi fedelmente all’aggrovigliato fluire della narrazione. Complice, una sceneggiatura (William Goldman) che non rimanda alla spettacolarità, bensì mantiene un atteggiamento meticoloso e aiuta lo spettatore ad essere più consapevole di ciò che lo circonda. La sacra fotografia di Gordon Willis è devota alla missione da compiere, talmente tangibile da rendere ogni spazio più vibrante che mai. Il duo Redford – Hoffman ci guida con maestria negli oscuri meandri della politica statunitense, bucando letteralmente lo schermo ad ogni sguardo, quasi a voler sfidare il vortice dal quale sono stati inghiottiti. Nel cast ci sono altri grandi interpreti noti al pubblico come: Hal Holbrook (Giulia, Wall Street, Into the wild), Jack Warden (Shampoo, Il paradiso può attendere), Martin Balsam (L’uomo che non sapeva amare, Colazione da Tiffany), Jason Robards, che per la sua interpretazione di Ben Bradlee, il direttore del Washington Post, venne premiato come miglior attore non protagonista. Ancora, a mettere in scena lo scandalo Watergate: Jane Alexander, Meredith Baxter, Ned Beatty e Penny Fuller.

Bob Woodward e Carl Bernstein del Washington Post

Il 17 giugno 1972 avvenne lo scandalo Watergate, un fatto politico senza precedenti che impone una riflessione necessaria. Un ragionamento che è doveroso proiettare sul nostro presente e sul futuro che ci stiamo costruendo. Spesso leggiamo sui siti web e social network notizie false, che si celano dietro ad un meccanismo machiavellico: le cosiddette fake news. La menzogna non è nata di certo con Facebook o Twitter, ma grazie alla velocità di diffusione via web raggiunge il più alto numero di persone possibile. Cosa fare in questi casi? Non indietreggiare, combattere sullo stesso campo di battaglia, prendere come esempio il coraggio e la testardaggine di due giovani giornalisti che hanno sfidato un sistema fatto di menzogne e di corruzione. E se non sapete come arrivare alla verità, sono sicuro che le parole di Alan J. Pakula vi torneranno utili:

“All the President’s Men” è il film più parlato che abbia mai fatto. Tratta del potere della parola, la penna che è più potente della spada, la macchina da scrivere come arma.

Luigi Affabile per MIfacciodiCultura

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