Ken Loach, tra impegno sociale e cinema d’autore

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Il 17 giugno 1936 nasceva il grande regista inglese Ken Loach, figlio di operai e impegnato attivamente sul fronte politico sin da giovane.

Ken Loach
Poor Cow

Scindere la sua attività politica e sociale dalla sua biografia sembra un’impresa impossibile: sin dalle sue prime produzioni destinate alla televisione negli anni ’60, questo fattore si rende immediatamente evidente, a partire dal fatto che erano prodotte da Tony Garnett, con il quale condivideva l’ideologia socialista. In particolare, dirige alcuni episodi di The Wednesday Play, la sua opera più interessante di questo periodo: una serie antologica che, utilizzando il genere del docudrama, porta in auge diversi problemi sociali inserendoli in un contesto che amalgama sapientemente la finzione con la realtà.

Il suo primo capolavoro è il suo film di debutto, Poor Cow, realizzato nel 1967. La pellicola, che racconta di Joy, una giovane donna che si innamora costantemente degli uomini sbagliati, si inserisce nella corrente del Free Cinema. Gli esponenti di questo movimento, come ad esempio Lindsay Anderson, cercavano attraverso le loro pellicole di aumentare la consapevolezza della gente sui problemi culturali e sociali della società inglese. Per farlo, in controtendenza con il cinema britannico più mainstream, questi film cercavano di proporre con uno sguardo oggettivo le tematiche che altri registi rifiutavano di esplorare.

Ken Loach
Kes

Poor Cow agisce in questo senso, con la storia di Joy che si propone come un mezzo efficace per affrontare i disagi della classe operaia: per farlo, Ken Loach ha deciso di lasciare molto all’improvvisazione, senza seguire una sceneggiatura elaborata e utilizzando soprattutto attori esordienti. Kes (1969) prosegue quanto avviato da Poor Cow, seguendo però una narrativa più lineare e strutturata. Il rapporto che si viene a creare tra un ragazzino, Billy, e il suo falco Kes (più precisamente, un gheppio) diventa un modo per Loach per raccontare con grande sensibilità le tematiche del bullismo, delle falle del sistema educativo inglese e dei disagi sofferti dalle famiglie operaie.

Il dipinto che ci viene restituito dell’Inghilterra tra gli anni ’60 e gli anni ’70 è un ritratto triste e decadente di una società che non riesce a riflettere lucidamente sulle sue problematiche. Ken Loach vive quotidianamente questo ambiente e lo riporta nelle sue opere: Family Life (1971) ne è un altro esempio. Il film racconta di Janice, una ragazza che vorrebbe vivere con piena libertà la propria vita ma che si ritrova costantemente oppressa dalla sua famiglia. Dopo essere stata obbligata ad abortire, il suo breakdown mentale diventa un’interessante analogia non solo per proporre una serrata critica antipsichiatrica, ma anche per condannare l’impatto negativo di una certa forma di conservatorismo che si viene a costituire in determinate condizioni sociali.

Ken Loach
Io, Daniel Blake

Da questo punto di vista, è un peccato che le produzioni di Ken Loach immediatamente successive a questi primi grandi capolavori non risultino altrettanto interessanti. Riff Raff (1991) è una sostanziale eccezione: il film emerge nel contesto inglese successivo alle politiche neoliberiste di Margaret Thatcher e cerca di riassumerne il clima con fredda lucidità.

Recentemente Ken Loach ha realizzato diverse pellicole molto interessanti, senza perdere il suo caratteristico stile di commento e di denuncia. A tal proposito, si è mostrato anche polemico nei confronti delle nuove generazioni di registi, che a suo dire hanno perso il significato reale del fare cinema:

I registi degli anni Sessanta sono cresciuti dopo la guerra e hanno assorbito uno spirito che li spingeva a migliorare le cose. Loro vivevano in un mondo socialdemocratico che trasmetteva l’unità. Oggi è cambiato tutto: i registi cresciuti negli anni Ottanta e Novanta sono stati invece travolti dallo spirito di “ognuno per sé e Dio per tutti”. Ed è molto difficile per loro passare a un senso di unità. Ecco perché forse c’è ancora bisogno di vecchi come me dietro la macchina da presa.

Ken Loach
Ken Loach

La sua sensibilità d’altri tempi si può infatti ancora percepire in opere come Il vento che accarezza l’erba (2006), Il mio amico Eric (2009) e Io, Daniel Blake (2016): sono storie di persone comuni che, in un modo o nell’altro, si ritrovano a dover affrontare dei problemi critici per le loro vite. In Io, Daniel Blake, ad esempio, un carpentiere di Newcastle deve continuamente fare i conti con la burocrazia dopo aver avuto dei seri problemi al cuore che gli impediscono di lavorare. Ken Loach dimostra pertanto ancora oggi di essere in grado di interpretare sapientemente la realtà con un perspicace occhio critico, ponendo in risalto come il suo stile cinematografico sia ancora perfettamente in linea con i nostri tempi.

Daniele Sacchi per MIfacciodiCultura

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