I Grandi Classici – “Factotum” di Bukowski, un tuttofare romantico alla ricerca dell’infelicità

1 889

Factotum, si sa, è termine di diretta derivazione latina: composto dall’imperativo fac e dal pronome derivato da totus, tutto, il significato etimologico è quindi “fai tutto”. Ergo, indica persona che in ambito lavorativo è adibita a più funzioni, il cosiddetto jolly, l’atout, la briscola, il tuttofare se vogliamo, ovvero colui il quale non ha un’identità definita, ma fa quello che serve al momento, il tappabuchi; ovvero, in un’accezione negativa, un faccendiere che organizza e gestisce affari più o meno loschi, la cui derivazione squisitamente politici è il portaborse.

Alcol e scrittura, Matt Dillon in “Factotum”

C’è poi l’accezione rappresentata da Charles Bukowski, l’uomo e l’opera, nonché da milieu e moment che di Bukowski rappresentano formazione e argomento espressivo: un factotum che è anche cane sciolto, persona e personaggio da bassifondi, dropout e clochard o aspirante tale, candidato al Pulitzer per la cirrosi, di professione reale time waster, seduto o meno a guardare la baia. Facente parte di una classe sociale entry level, senza alcuna capacità professionale o titolo di studio spendibile, dalla capacità contrattuale inesistente, il factotum di Bukowski va inteso letteralmente, ed egli è il campione di tale categoria, che transita da un lavoro all’altro senza nessun traguardo o prospettiva, con la coscienza che qualsiasi cosa è transitoria, provvisoria e caduca, lavoro in primis e qualsivoglia relazione sociale o affettiva di conseguenza.

Il granello che incastra il meccanismo, nel caso di Henry Charles “Hank” Bukowski Jr., è naturalmente la scrittura, vero fil rouge che inizia classicamente con la lettura ossessiva e compulsiva, altrettanto classicamente ostacolata violentemente da un ambiente familiare – dalla figura paterna – oppressiva e padronale, che ha come caratteristiche (anche queste tipiche della classe sociale degli ultimi, dei diseredati, dei disperati) l’indifferenza o una deliberata disintegrazione della personalità e dell’autostima filiale. Quindi, Factotum: il secondo romanzo di Bukowski, pubblicato nel 1975, che segue Post Office del 1971, e che con questo e Panino al Prosciutto (Ham on Rye, 1982) costituisce una sorta di trilogia, non dichiarata né programmatica, ma evidente. Una trilogia di formazione, un Bildungsroman esteso in tre capitoli in disordine cronologico, o in ordine cronologico inverso: dapprima lo status quo, con l’ambiente alienante dell’Ufficio Postale, dove Bukowski lavora per anni a più riprese come postino, per chiudersi con gli anni dell’infanzia e della preadolescenza, che lasciano nel giovane Bukowski profonde cicatrici nella pelle a causa di una formza particolarmente violenta di acne, ma soprattutto nell’animo a causa delle violenze familiari.

Il classico bestseller americano, “Factotum”

Nel mezzo, appunto, Factotum, che rappresenta sia il futuro che Hank si costruisce lasciando definitivamente il lavoro da postino, sia le prime esperienze al di fuori dell’ambiente familiare: una vita programmaticamente allo sbando, a cui non viene data eccessiva importanza e nella quale nulla ha eccessiva importanza (letteratura a parte), fatta di alcol, gioco d’azzardo, sesso (di frequente occasionale, ossessivo, violento, degradante –  o tutto ciò assieme e/o in varie combinazioni). L’alter ego di Bukowski, anche in Factotum, si muove a caso, il segno distintivo del tutto (tutto-vita, tutto-opere) è la mancanza di progettualità e di aspettative: in Post Office vi è l’esplicitazione, «È iniziato come un errore». Nulla di ciò che accade a Bukowski/Chinaski deriva da un programma, tranne la pubblicazione (meglio, la speranzosa spedizione alle case editrici) di poesie e racconti.

Muoversi in un mondo oscuro, sporco (non a caso, per definire lo stile di Bukowski si usa ascriverlo al genere fantasmatico del realismo sporco), sordido, noioso, umiliante, povero. George Best disse di aver speso gran parte del suo denaro in alcol, donne e auto veloci, ed il resto di averlo sprecato: un atteggiamento simile a quello di Bukowski, che però non ne condivide la brillantezza, il glamour. La gente randagia di Bukowski non è quella glitterata di Fitzgerald, ma quella polverosa di Caldwell e Steinbeck: evoluta, naturalmente, nel senso che a differenza dei disperati di Furore e La via del tabacco, quelli di Bukowski hanno perso anche la speranza di essere disperati.

«Francamente, ero orripilato dalla vita, da ciò che un uomo era costretto a fare semplicemente per mangiare, dormire e coprirsi» E come in Born in the USA, l’eroe di Bukowski non solo non ha dove correre e dove nascondersi, ma ha iniziato ad essere preso a calci sin dalla prima infanzia, e la cosa continua. In Factotum, il figliol prodigo viene accolto da queste affettuose parole paterne: «Senti, se vuoi stare qui ti farò pagare vitto e alloggio più la lavanderia. Quando troverai un lavoro, quello che ci devi ti verrà detratto dallo stipendio fino a che avrai saldato tutto».

Una delle immagini iconiche legate a Bukowski

In più, Chinaski, romantico, deluso, appassionato di lettura, aspirante scrittore, poeta compulsivo, non è a suo agio nella fanghiglia in cui si trova: per dirla con Maugham, il problema finale con Hank è che la sua intelligenza, il suo talento e la sensibilità non sono in sintonia con l’ambiente con cui deve interagire. Se da un lato quindi può dire, ma in maniera formale, non sentita per sé ma solo per gli altri, «Ecco l’unica cosa che serviva ad un uomo: speranza. Era la mancanza di speranza che affossava un uomo», dall’altro lato afferma con sicurezza autoreferenziale «Ero il tipo d’uomo che rifioriva con la solitudine; senza solitudine era per me come per un altro stare senza cibo né acqua».

Via dalla pazza folla, da queste persone che non sono esseri umani. «Ogni giorno senza solitudine mi indeboliva». Nonostante tutto, però, Bukowski non è furente: un modo tutto U.S.A. di definire il factotum è Jack of all trades, guarda caso titolo di una canzone di Bruce Springsteen, cantore come si è detto e ridetto degli ultimi e dei Joad: Jack of all trades è espressione idiomatica, e ha una chiosa in master of none, come dire capace di tutto, esperto in nulla. Ma il Jack (Dull boy? Nome a caso? John Doe?) del Boss è rassegnato solo in apparenza, la brace cova sotto la cenere:

If I had me a gun, I’d find the bastards and shoot ‘em on sight
I’m a Jack of all trades, we’ll be alright
I’m a Jack of all trades, we’ll be alright

Jack of all trades

L’Hank di Factotum, invece, ha il volto rassegnato, apatico, di un magistrale Matt Dillon nel film del 2005 di Bent Hamer: perché se è vero che «l’isolamento è il premio» di quella che «l’unica battaglia che vale la pena di combattere», con la penna in mano cioè, la realtà è che è incredibile quanto ferocemente ci attacchiamo alla nostra infelicità.

Il mondo là fuori, in realtà, ci aiuta in questo: ed Hemingway, che Hank ammirava moltissimo, disse una volta «La felicità nelle persone intelligenti è la cosa più rara che io conosca».

Non c’è altro da aggiungere, credo.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

1 Commento
  1. Giovanni dice

    Bell’articolo. Veramente.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.