Cinquant’anni dal ’68: quando Pasolini simpatizzava coi poliziotti

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Il 16 giugno del 1968 Pier Paolo Pasolini pubblicò la poesia Il PCI ai giovani in cui criticava fortemente i giovani studenti figli di borghesi per aver fatto a botte con le forze dell’ordine. L’intellettuale e anche ideologo del ’68 italiano non poteva fare a meno di criticare gli scontri di Valle Giulia per un motivo semplicissimo: i poliziotti, figli di operai e contadini che vivevano nelle borgate, erano poi i figli di quelle classi che i sessantottini tanto avevano a cuore ma da cui erano tanto lontane.

Il PCI ai giovani

La questione è oggi più che mai attuale per svariati motivi, uno su tutti è che ricorre quest’anno il cinquantenario del 1968 e anche della pubblicazione di questa scomoda poesia che divise il mondo studentesco oltre che la sinistra italiana. Quello che fece più rabbia ai vertici della sinistra extraparlamentare fu che Pasolini criticò apertamente i giusti del tempo, quelli che stavano facendo la grande Rivoluzione che aveva paralizzato i college americani e la prestigiosa Sorbonne di Parigi, coloro cioè che avevano messo in discussione tutti i tasselli del vecchio sistema patriarcale per ribaltarlo completamente.

Pasolini fu l’autore più scomodo dell’epoca, che fece dello scandalo uno stile di vita, un frocio comunista pronto a  criticare apertamente quella che era a tutti gli effetti una sommossa popolare con alla base dei principi di sinistra. L’autore affermava che la poesia dovesse essere letta e analizzata nell’ottica dell’ironia e delle provocazione, come dimostrano molti suoi versi che sono veri e propri messaggi diretti falsamente celati in uno stile dai rimandi sottili. Pasolini simpatizzava con i poliziotti per una questione sociale profonda, anche se non si risparmiava nel descriverli simili a dei pagliacci da circo, sempre intrappolati in quella stoffa ruvida «che puzzava di rancio furerie e popolo». Il poeta andava oltre, capendo la questione sessantottina meglio dei suoi protagonisti, che trasformarono la contestazione in un scontro tra classi privilegiate.

Gli scontri di Valle Giulia

Un’azione violenta come i fatti di Valle Giulia fece passare a tutta l’opinione pubblica gli oppressori come oppressi. Pasolini lo disse in tutte le salse, la contestazione per lui era sacrosanta ma i poliziotti erano meramente degli strumenti. Tutti si schierarono contro di loro, lui per primo, ma invitava a prendersela più con la Magistratura, perché quello sì sarebbe stato uno scontro tra classi. I giovani non lo capirono, nessuno lo capì (come accadeva spesso) e così subì un linciaggio mediatico in cui il grande intellettuale finì per essere a braccetto con i poliziotti: Pasolini era uno di loro, un fascista, un amico del manganello, una testa di cuoio. Così dicevano ed avevano torto, avevano terribilmente torto.

Il Sessantotto è stata la più grande rivoluzione del dopo guerra. Le battaglie condotte e le vittorie ottenute (specialmente in Italia) non sono sciocchezze e nessun Paese ha avuto un periodo di contestazione lungo come quello italiano, di dieci anni circa.

La Pietà di Pasolini

Se da una parte però è stata la romantica e utopica rivolta dei giovani, dall’altra è stato il più grande abbaglio della storia contemporanea. Una volta finita la Contestazione, ma già durante il periodo più caldo, i leader della Rivolta si ritagliavano un ruolo importante nella nuova società che si apprestava ad arrivare. Rivoluzioni nel design, nella moda, nella musica, nell’architettura e i tanti altri campi. Molti sessantottini con le barricate distrussero la gerarchia del vecchio ancien régime ma per far posto ad una nuova, fresca, giovane. Il sistema cambiò attori ma quest’ultimi recitavano lo stesso identico copione dei loro genitori e poco importa a questo punto se indossavano l’eskimo ed avevano la barba lunga, erano dei rivoluzionari di professione con valori diversi dai loro genitori ma con lo stesso identico fine: profitto e potere.

Oggi il Sessantotto si osanna e per certi aspetti è giusto che venga fatto ma bisogna farlo con consapevolezza e rispetto per la storia. In qualsiasi momento storico di sommossa, c’è sempre un pensiero in controtendenza che trova le parole per essere ascoltato, e Pasolini, fin nell’ultimo romanzo Petrolio, ha espresso più che mai la sua voce riuscendo sicuramente a far pervenire un messaggio importante. L’importante è che ci siano sempre personalità come la sua pronte a intervenire attivamente, senza paura di esprimersi, in qualunque situazione comune ci si ritrovi a pensare diversamente.

Giammarco Rossi per MIfacciodiCultura

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