“Te la sei cercata”: quando il gentil sesso legittima la violenza sulle donne

0 880

Louise O’Neill, giovane autrice irlandese, ha da poco visto pubblicato in Italia il suo libro del 2015 Asking For It, uscito da noi a maggio col titolo Te la sei cercata (ed. Il castoro). Il romanzo parla di un argomento molto delicato, ovvero di stupro e violenza sulle donne, e della poca solidarietà spesso concessa alle vittime.

«A proposito di zoccole», dice la prima voce. «Tu sei amica di quella Emma O’Donovan del quinto anno, vero?»

Il mio cuore rallenta fino a un tonfo sordo.

«Non ci definirei amiche» dice la nuova voce. È Caroline Heffernan, giocavamo insieme quando le nostre mamme prendevano il caffè.

«Sul serio, fa veramente troppo schifo. Ma chi è che fa una cosa del genere? Chi è che fa della merda del genere? Pare che fosse strafatta […] continuava a strusciarsi su Paul O’Brien, e lui continuava a ripeterle che ha una ragazza ma che lei, tipo, praticamente lo ha costretto a farlo lo stesso.»

«Già.», Caroline sembra ancora incerta. «Ma se fosse stata priva di sensi?»

«Eddai, Car!» La prima ragazza sta perdendo la pazienza. «Nessuno l’ha costretta a bere o a prendere quella merda.» Scoppia a ridere. «Cazzo, se l’è cercata!»

Louise O’Neill

Questo dialogo è tratto dal nuovo romanzo della O’Neill, già nota per aver esordito nel 2014 con Solo per sempre tua (Only Ever Yours). Te la sei cercata ha riscosso una così forte eco al momento della sua pubblicazione che ne è stato ricavato un documentario dal titolo Asking For It?: Reality Bites, in cui è la stessa autrice ad intervistare donne vittime di abusi che, molto spesso, nella cultura patriarcale, tendono ad essere colpevolizzate per ciò che hanno subito.

In questo periodo il tema della violenza sulle donne è stato già ampiamente raccontato. Il caso Weinstein, tra questi, ha messo in luce per la prima volta quanto sia dilagante e sottovalutata la tendenza all’abuso di potere in abito lavorativo. Il movimento #Meetoo, nato sull’onda delle denunce di coloro che hanno subito questi soprusi, ha creato una coesione e una compattezza tra le donne e gli uomini vittime di queste violenze che non aveva precedenti.

Eppure, numerose sono state le voci di chi ha deciso di dissociarsi da questo movimento: prima fra tutte, Catherine Deneuve che, in una lettera aperta a Le monde, ha dichiarato di non riconoscersi in questo femminismo e che invece ritiene quanto ci sia ancora bisogno di «difendere la libertà delle donne di essere importunate». Per l’attrice francese tentare di sedurre qualcuno in maniera insistente o maldestra non è un reato, che invece deve essere inteso come atto di galanteria da non confondere con aggressione. La cultura occidentale moderna, infatti, risente ancora di una visione delle donne come soggetti svantaggiati e da tutelare. Questa concezione, però, dipende molto spesso dalla tendenza che ha il sesso femminile di legittimare il comportamento violento maschile. Il potere per lo più storicamente incarnato dagli uomini, all’interno delle Istituzioni, della politica, della società, ha condizionato e modellato il modo in cui le donne si rapportano a questa gerarchia. Questa prepotenza, in una parola patriarcato, è un modello che, molto spesso, è sostenuto per larga parte dalla stessa componente femminile.

La sfida che il femminismo ha lanciato, nel corso del ‘900, era proprio il riassestamento di questa subalternità inconsciamente immutabile. Inconscia perché, molto spesso, sono proprio le stesse donne a scoraggiare la denuncia di questi abusi. Quando si decide, ad esempio, che per parlare di violenze subite non si può indossare una gonna perché altrimenti si è poco credibili; quando si ritiene che una ragazza, se ha subito uno stupro, avrà sicuramente bevuto un bicchiere di troppo. Dunque a poco servono gli scenari rassicuranti di cui ci circondiamo quando innalziamo l’inno del femminismo per battaglie effimere come le quote rosa o le lotte per la parità di genere linguistica, come se si volesse sostituire quest’autorità tinteggiandola di un altro colore. Ma anche cambiando sfumatura, rimane la costatazione che un potere, seppur nascosto, resta comunque un potere.

Siamo noi donne a dover decidere se accettare o no la sfida di smantellare il patriarcato per salvare e ricostruire, dalle basi, la civiltà. Di modo che si possa finalmente riuscire ad aprire uno spazio in cui possiamo parlare senza venire condannate immediatamente o giudicate a prescindere; che non ci siano più la paura, lo stigma, la vergogna, il peso delle conseguenze, la frequente asimmetria delle posizioni di potere e altro ancora.

E soprattutto che no, ragazza, non te la sei cercata.

Speriamo che le giovani lettrici della O’Neill trovino in Te la sei cercata uno spunto di riflessione se non addirittura lo stimolo per cambiare lo status quo, affinché nel futuro non vi siano più discriminazioni e che la morale comune colpevolizzi le violenze e la sopraffazione e non le vittime di queste.

Isabella D’Addeo per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.