Carlo Porta, il poeta milanese che fece bello il dialetto

0 1.024

Carlo Porta nasce a Milano il 15 giugno 1775 in una famiglia dalle salde tradizioni borghesi. Quando nel 1785 la madre muore prematuramente, Carlo viene mandato in collegio a Monza: qui il giovane mostra fin da subito una propensione per le discipline letterarie ma, questa sua particolare propensione viene fortemente avversata dal padre, funzionario del governo austriaco, che sperava per il figlio un solido avvenire da burocrate.

Per seguire le sue passioni si reca a Venezia dove, tra il 1789 e il 1799, ottiene un impiego pubblico. Nella città lagunare il giovane poeta, fra varie brigate ed esperienze amorose, entra in contatto con una fervida realtà culturale e viene incentivato a proseguire nella composizione di versi in dialetto sulla scia di una tradizione ben consolidata nella capitale lombarda.

Rientrato a Milano, la sua figura intellettuale si accresce attraverso la frequentazione degli ambienti culturalmente più vivaci della città che, dopo l’allontanamento degli austriaci, avevano aderito con fiducioso ottimismo agli ideali liberali di Napoleone. In questi anni si sposa con Vincenza Prevosti, figlia di un orefice e vedova del ministro delle finanze della Cisalpina, Raffaele Arauco, ed inizia a lavorare per il Ministero del Tesoro. Ritornati gli austriaci a Milano nel 1814, Carlo Porta pur continuando ad occupare il suo posto di funzionario, partecipa attivamente alla vita intellettuale della città, condividendo le attese e i progetti di coloro che continuavano a coltivare le istanze maturare con l’esperienza napoleonica.

Nella sua casa il poeta da vita alla cosiddetta Cameretta: un gruppo di amici letterati  fra  cui G. Berchet, E. Visconti, T. Grossi, G. Torti che, si scambiavano idee ed esperienze intellettuali, mantenendosi in contatto anche con Manzoni.

Nel 1816 la pubblicazione della Prineide, violenta satira antiaustriaca composta da Grossi ma pubblicata anonima ed attribuita a Porta, causerà a quest’ultimo non pochi problemi con la polizia. Nonostante l’amarezza per questa repressione, il poeta non rinuncia alla sua attività di poeta civilmente impegnato in senso liberale. Partecipa ai primi fermenti romantici del Conciliatore. Muore prematuramente il 5 gennaio 1821 in seguito all’aggravarsi della gotta che negli ultimi anni ne aveva minato la salute.

L’opera poetica di Carlo Porta muove da un’educazione illuministica e approda a posizioni sostanzialmente romantiche, è ostile al classicismo e ad ogni espressione aulica o puramente decorativa.  La sua produzione è volta all’approfondimento dei propri motivi polemici, dalla satira anticlericale all’attenzione amara e disincantata per il mondo popolare, riflette la nascita di quello spirito italiano  che nel travagliato periodo storico portò alle cospirazioni e ai moti nazionali d’indipendenza.

Tra le sue opere vale la pena citare: I desgrazi de Giovannin Bongee, El lament del Marchionn di gamb avert, El lava piatt del Meneghin ch’è mort.

Illustrazione di R.Salvadori per El lament del Marchionn di gambe avert

Al centro delle sue rappresentazioni in linea con i nuovi ideali democratici ci sono personaggi umili che vengono ad essere lo strumento per denunciare il malcostume della vita pubblica, la dilagante falsa religiosità e le assurdità di una persistente ingiustizia sociale. Il dialetto diventa la sua vera cifra espressiva, il mezzo attraverso il quale la sua sanguigna satira popolaresca si teatralizza spingendo verso esiti di mimetismo comico ed osceno. Lo strumento linguistico dialettale appare in lui duttile e vivo, lontano dalle stereotipate espressioni della lunga tradizione milanese cui si rifaceva. Adotta sempre vari registri del parlato,dal plebeo all’aristocratico, connotandosi con una forte espressività a seconda dei personaggi e delle situazioni. La lingua si piega a rendere la vitalità gogliardica di un mondo spesso turpe, triste e variegato che si mostra in tutta la sua potenza attraverso ritratti di preti, nobili e prostitute prelevati direttamente dal quotidiano e resi senza filtri e censure in uno sforzo di realismo sapientemente meditato.

In difesa del dialetto e della sua scelta stilistica nel 1810 scrive I paroll d’on lenguagg, in cui dichiara:

 I paroll d’on lenguagg hin ona tavolozza de color, che ponn fà el quader brutt, e el ponn fà bell segond la maestria del pittor.

Ammirato e conosciuto negli ambienti culturali, non ebbe il successo dei grandi poeti del primo Romanticismo italiano nonostante l’alto livello della sua produzione. La diffusione dei sui versi è stata ostacolata dalla difficoltà comprensiva del dialetto e da un diffuso pregiudizio antidialettale che lo hanno rilegato ad un ambiente ristretto, spesso di salotto e sfortunatamente di nicchia nella città lombarda. Oggi la sua opera viene riscoperta ed apprezzata per lo sferzante realismo e la capacità di rendere un ritratto autentico del suo tempo attraverso una lingua che, pur non essendo colta, si veste di eleganza in versi abili e sapienti.

Martina Conte per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.