Alberto Sordi, l’attore che fece ridere l’Italia dell’Italia

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La Grande Guerra - Alberto Sordi
La Grande Guerra

La morte di Alberto Sordi, il 24 febbraio del 2003, ha scosso tutti: per due giorni le persone si sono affollate, a migliaia, a rendergli omaggio. Simbolo non solo di un pezzo di storia del cinema, ma dell’Italia tutta, ha descritto i problemi di un’epoca: il boom economico e il dopoguerra, tra contraddizioni e rinascita di un paese, con i suoi alti e i suoi bassi, i suoi cambiamenti e le sue piccole manie. Morì nella stessa Roma dove era nato il 15 giugno 1920.

Se si pensa a lui, è impossibile non pensare alla comicità e alla romanità. Lui, che fu espulso dal corso di recitazione all’Accademia dei Filodrammatici per la sua influenza dialettale troppo ostinata: quando gli fecero notare che si dice guèrra, e non guèra, rispose:

Me se strigne ‘a gola a di’ guèrra.

Quella romanità fu poi sicuramente il suo tratto distintivo, quell’influenza mai stereotipata o fastidiosa, ma sempre vissuta. Non era un escamotage per far ridere, non era un aspetto caricaturale: era Alberto Sordi, che Roma l’ha portata in ogni film, nel cuore. Tanto nel suo quanto in quello di chi vedeva.

Proviente da una famiglia di musicisti, cominciò anche con quel mondo dello spettacolo, studiando canto lirico. Si gettò poi anche sul teatro, ma non ebbe la stessa fortuna che raccolse sul grande schermo.

Una scena da "Il vedovo". Sordi con Franca Valeri
Una scena da “Il vedovo”. Sordi con Franca Valeri

Ma Alberto Sordi era anche un doppiatore eccellente, e dal 1939 fu il doppiatore di Oliver Hardy per Stanlio e Olio. Allora non era ancora famoso come attore, ma in molti film dell’epoca è distinguibilissima la sua voce all’orecchio dello spettatore di oggi.

Dopo un periodo in radio, nella seconda metà degli anni Quaranta finalmente entra nel mondo del cinema: è l’inizio di una carriera che, anche se con fasi discendenti, lo rende uno degli attori più conosciuti del nostro paese. La sua comicità, così amara, lo distingue: soprattutto negli anni Sessanta, interpreta personaggi negativi. Uomo che ci fanno ridere, sì, ma anche pensare: non era la commedia dei vincitori quella che si vedeva nei cinema, ma dei vinti. O degli imbroglioni, ruolo che sicuramente è uno dei più interpretati da Sordi. Ma la felicità non era mai nelle mani di questi personaggi: la sconfitta o l’amarezza, alla fine, era la tonalità fondamentale di questi elementi della società.

Il Vedovo (1959) è un chiaro esempio di questi eterni scontenti e sconfitti: Franca Valeri e Alberto Sordi, insieme, rappresentano la tipica coppia che si odia fino allo stremo, con quel menefreghismo misto all’infedeltà dell’uomo legato ad una donna che, come unico pregio, ha i soldi. Ma quando lui pensa che lei sia finalmente morta, questa “risorge” più viva che mai, apostrofandolo continuamente con uno di quelli che è divetato un leit motiv del cinema italiano: Cretinetti. L’inutilità dell’uomo, un matrimonio infelice, la vita che dipende dai soldi, nessuno scrupolo morale: nessun eroe, nessuno si salva.

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La locandina del film

Ma Alberto non fu solo un attore comico: nel ’59, recita nel dramma La grande guerra di Monicelli, che sempre lo aveva stimato come comico. Nonostante non sia conosciuto principalmente per i suoi ruoli drammatici, fu eccelso anche in quelli di grande intensità e gravità.

Ogni attore ha la sua peculiarità, il suo lato distintivo: il suo era farci ridere, e poi lasciarci a riflettere.
Qualche volta, anche con qualche lacrima.

Il mio ricordo – personale e commosso – va a Io so che tu sai che io so, del 1982, in cui la sua compagna, come spesso accadeva, era Monica Vitti. Lei, in questa pellicola, è di una bravura magistrale: la moglie che tenta di fare di tutto per il marito, nascondendogli i problemi così gravi che la assillano. La donna forte, che si carica sulle spalle il dolore di una famiglia: la figlia tossicodipendente, il marito in fin di vita (anche se si scoprirà che non è veramente così). Lei che cerca in tutti i modi di tenere in piedi la loro unione, in un disperato tentativo di rappresentare le contraddizioni di un’Italia in cui la famiglia tradizionale degli anni Cinquanta non era più un modello perseguibile. ;a, anche qui, il finale è tutt’altro che idilliaco.
Lui, il marito che sembra ravvedersi, torna invece poi alle vecchie abitudini, al menefreghismo. Un matrimonio infelice, per cui sin dall’inizio, pur capendo che non ha destino felice, anche lo spettatore combatte. Ma per cui non c’è più gioia, amore, serenità.

Questa è stata la magia del film di Sordi: far ridere e piangere con la stessa, impressionante, emozione.

Ricordati che in questo mondo basta fare sì con gli occhi e no con la testa, che c’è sempre uno pronto che ti pugnala nella schiena.

Un borghese piccolo piccolo, 1977

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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