Salvatore Quasimodo, il poeta che si è riscoperto uomo fra gli uomini

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Salvatore Quasimodo (Modica, 20 agosto 1901 – Napoli, 14 giugno 1968) è il poeta ermetico che raccontò la bellezza della sua terra e la solitudine dell’uomo.

Nasce a Modica e trascorre la sua infanzia e la sua giovinezza nell’amata Sicilia, trasferendosi di paese in paese a causa del lavoro del padre, che era capostazione nelle ferrovie. A Roma, nel 1921, inizia la sua storia da migrante e i suoi studi per le lettere classiche. In un fortunato soggiorno fiorentino, nel 1929, grazie al cognato Elio Vittorini, conosce Eugenio Montale e Alessandro Bonsanti, che pubblica la sue prime poesie su Solaria. Dopo la raccolta degli esordi Acque e terre (1930) seguono Oboe Sommerso (1932) e Erato e Apollion (1936).

Dopo aver ottenuto “per chiara fama” la cattedra di Letteratura italiana al Conservatorio di Milano, lavora alla stesura della sua raccolta più nota: Ed è subito sera (1942). Nei tragici anni della guerra, Salvatore Quasimodo matura un radicale cambiamento, quasi una frattura con l’idilliaco e nostalgico mondo siciliano. Nella sua poesia irrompono la tragedia, i dolori e le speranze dei popoli; l’individualismo delle prime liriche si trasforma in un racconto corale dell’uomo e del suo tempo.

Giorno dopo giorno (1947) e La vita non è un sogno (1949) rappresentano la conciliazione del poeta con gli altri uomini, l’idea di un dolore che da individuale diventa collettivo. Nel 1959, quando gli viene conferito a Stoccolma il Premio Nobel per la letteratura, Salvatore Quasimodo ha ormai maturato una nuova consapevolezza e responsabilità civile. Muore a Napoli nel 1968.

 

La cerimonia di consegna del Nobel

La nostalgia della terra siciliana, nel suo mitico ricordo velato, la casa, la madre e l’infanzia vengono rievocati nella sua prima produzione attraverso una parola pura, quasi assoluta, dove l’astrattismo diventa la cifra espressiva di un dolore tutto interiore. La trasfigurazione favolosa del proprio passato e l’insoddisfazione del presente si allontanano sempre più dalle cadenze pascoliane e dannunziane per approdare ad un ermetismo assoluto, dove la parola si presenta nella sua verginità. L’indeterminatezza, la rottura con ogni nesso logico sono il travaglio interiore di un dramma tutto umano, dove la dimensione biografica sovrasta ogni cosa. Ad un certo punto, però, le acque e le terre, i venti e i profumi dell’isola vanno oltre una definita geografia: la Sicilia diventa quell’Eden che ognuno sente di aver perduto e aspira a ritrovare.

Quel mondo inizia a diventare l’alternativa alla trama usuale dei giorni e al male di vivere. Quasimodo inizia a dare voce al dolore dell’uomo nella sua condizione di angelo caduto in un mondo brutale. I toni aspri e netti dell’ermetismo si smorzano ma il suo vagheggiamento nostalgico non può rinunciare all’essenzialità, a quel suo rigore espressivo ormai noto. L’esperienza della guerra porta il poeta ad una più profonda meditazione sul dolore dell’uomo, che ora si arricchisce di relazioni con la realtà storica.

Dal chiuso mondo del suo malessere interiore arriva all’incontro con la tristezza degli altri uomini e con tutto il carico tragico di un conflitto bellico. Salvatore Quasimodo, si riscopre uomo fra gli uomini, riconosce nell’altro il suo stesso dolore, ora esasperato da una guerra che non lascia scampo e sovrasta ogni emozione. La storia, con la sua imminente irruenza, è come se avesse buttato fuori dal suo incantato mondo il poeta, incompreso e nostalgico, e lo avesse posto al confronto con il dolore di ogni altro uomo. La sua solitudine, quel malessere interiore non è solo suo, ma di tutti.

Negli ultimi anni della sua produzione artistica la sua poesia assurge il compito di denuncia sociale e politica, si veste di nuovi obiettivi e lo riporta in contatto con l’esterno. Il poeta ora non può più vivere nel cristallizzato mondo dei suoi ricordi, ma è chiamato a narrare tutti quei sentimenti che la storia recente ha seminato nell’uomo contemporaneo.

Salvatore Quasimodo rappresenta nella stagione del Novecento il racconto più puro di un malessere interiore che non può più ritenersi soggettivo. Nelle sue opere, come nella sua vita, c’è tutta la ricerca e l’evoluzione dell’uomo contemporaneo, quel riscoprirsi simile agli altri e non più solo nel suo dolore. Ha smussato gli angoli netti del suo poetare e affinato i suoi sentimenti per meglio raccontare l’animo umano e l’intricato tessuto della storia, andando oltre l’ermetismo e l’intimo dolore dello strappo dalla terra natale.

Martina Conte per MIfacciodiCultura

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