Giacomo Leopardi e il dolore che diventò bellezza e poesia

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Giacomo Leopardi (Recanati, 29 giugno 1798 – Napoli, 14 giugno 1837) fu quel bambino già adulto e geniale che visse sette anni di studio matto e disperatissimoFu quel giovane che nel 1819, a ventun’anni, voleva fuggire per sempre da Recanati, il suo borgo natio selvaggio; fu quel giovane che soggiornò a Roma e ne rimase deluso, per poi tornare a Recanati e di nuovo allontanarvisi per sempre. È stato il poeta del vago e dell’indefinito, come ci insegna l’idillio dell’Infinito; del pessimismo storico e del pessimismo cosmico, come ci insegnano invece le Operette morali. L’infinitoA Silvia, Il sabato del villaggio, Il canto notturno del pastore errante dell’Asia sono solo alcuni delle decine e decine di componimenti che Leopardi costruì: la loro bellezza è tale perché con Leopardi la poesia è viva, le sensazioni ci sono tutte. Il poeta non parla semplicemente ad una donna, non parla semplicemente della giornata di festa né solo del fascino della Luna: ci fa entrare nel suo mondo, quello dell’immaginazione, che poi trova connessione con la realtà, e così tramanda ai suoi lettori la verità delle sue affermazioni.

Casa Leopardi a Recanati

Era il 14 giugno 1837 quando Giacomo Leopardi si spense, così pare, tra le braccia del suo amico Antonio Ranieri. Si trovava a Napoli, con lui vi era anche l’amata sorella Paolina. Il referto medico ufficiale riportò una idriopisia polmonare, visti i suoi già cronici problemi cardiorespiratori e muscolari. Aveva solo 39 anni, non abbastanza per tutto ciò che ancora avrebbe voluto scrivere e tramandare, ma già troppi per la sofferenza con cui aveva sempre combattuto e non solo a livello fisico.
Per fortuna a Napoli il poeta non fu sepolto in una fossa comune, com’era usanza in quel periodo a causa dell’epidemia di colera: Ranieri si batté perché la sua tomba fosse portata presso la Chiesa di San Vitale Martiri, e l’iscrizione sulla sua lapide fu dettata da Pietro Giordani, un intellettuale che conosceva Leopardi di persona e che l’aveva sempre sostenuto, sin dagli esordi.

Nell’ultima fase della sua produzione Leopardi scrive La ginestracome summa della sua riflessione poetica e filosofica: la sua idea è quella di una poesia nuova, che non sminuisca la questione della sofferenza universale. Utilizza parole aspre, che siano il corrispettivo dell’arido vero. Il genere umano contro la potenza della Natura deve solo rassegnarsi, infatti «dipinte in queste rive / sono dall’umana gente / le magnifiche sorti e progressive». Dunque, in questo caso Leopardi dichiara la consapevolezza che la ginestra ha della propria sorte. Essa continua a vivere la sua precaria esistenza, imperterrita, sotto la minaccia del vulcano, non oppone resistenza. È più saggia dell’uomo, è più astuta di lui: non sente l’ambizione della superbia e tanto meno dell’immortalità. Invece proprio il genere umano si è sempre lasciato ingannare da queste promesse di gloria, per poi cadere nell’inevitabile illusione.

Giacomo Leopardi, L’infinito

Ecco il significato profondo che il poeta tramanda grazie all’immagine della ginestra. Un componimento lirico che è anche una sorta di testamento spirituale dello stesso Leopardi, pronto a lasciare in eredità la sua concezione materialistica e pessimistica dell’esistenza, già affrontata nella sua produzione. Il poeta si trovava probabilmente nei pressi del Vesuvio, nella villa di  Torre del Greco, quando scrisse questo testo nel 1836. La Campania, proprio quella terra che gli avrebbe visto esalare l’ultimo respiro.

E tu, lenta ginestra,
Che di selve odorate
Queste campagne dispogliate adorni,
Anche tu presto alla crudel possanza
Soccomberai del sotterraneo foco,
Che ritornando al loco
Già noto, stenderà l’avaro lembo
Su tue molli foreste. E piegherai
Sotto il fascio mortal non renitente
Il tuo capo innocente:
Ma non piegato insino allora indarno
Codardamente supplicando innanzi
Al futuro oppressor; ma non eretto
Con forsennato orgoglio inver le stelle,
Nè sul deserto, dove
E la sede e i natali
Non per voler ma per fortuna avesti;
Ma più saggia, ma tanto
Meno inferma dell’uom, quanto le frali
Tue stirpi non credesti
O dal fato o da te fatte immortali. 

Elio Germano nel film “Il giovane favoloso”

Giacomo Leopardi ci ha regalato il suo dolore e l’ha reso bellezza, l’ha reso poesia. La malinconia, il pessimismo – nonostante tutto – non sono le uniche modalità per leggere la sua opera: è stato un genio dell’espressione, della raffinatezza, celebrando le fragilità e le piccole gioie della vita, anche. In quel suo vagar breve purtroppo la vita gli era male, ma per fortuna riuscì a trovare frangenti in cui il naufragar gli fu dolce, consacrando versi immortali e di infinito fascino.

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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