Gesualdo Bufalino, il cantore della Sicilia, isola sognata e senza tempo

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Gesualdo Bufalino nasce a Comiso, in provincia di Ragusa, il 15 novembre del 1920. Appassionato di arte e libri sin da piccolissimo, grazie agli interessi del padre e la sua biblioteca, frequenta il liceo classico a Ragusa e Comiso. I suoi interessi spaziano dalla letteratura al cinema ai poeti simbolisti francesi. Nel 1940 Bufalino si iscrive alla Facoltà di Lettere dell’Università di Catania ma, soltanto due anni dopo, è costretto ad interrompere gli studi a causa della chiamata alle armi. Dal Friuli all’Emilia è un periodo veramente difficile. Nel 1944 si ammala di tisi e viene ricoverato nell’ospedale di Scandiano.

Qui avrà modo di coltivare i suoi interessi letterari e nel 1946, trasferito in un sanatorio della Conca d’Oro di Palermo vivrà le emozioni che troveremo nel romanzo Diceria dell’untore. Appena guarito si laurea in lettere all’Università di Palermo per poi dedicarsi all’insegnamento. Le sue parole rimangono inedite e segrete per diversi anni.

Nel 1978 Sellerio pubblica un volume fotografico dal titolo Comiso ieri, Bufalino ne scrive l’introduzione che suscita la curiosità non solo di Elvira Sellerio ma anche di Leonardo Sciascia. Nel 1981, ormai sessantunenne, Gesualdo vede pubblicato il suo capolavoro Diceria dell’untore che vince, nello stesso anno, il premio Campiello. Una rivelazione. Inizia così la sua frenetica attività letteraria che lo porta nel 1988 a vincere il premio Strega con il romanzo Le menzogne della notte, pubblicato da Bompiani.

Grande amico di Leonardo Sciascia ma anche di Fiume, Guccione, Battiato, scrive riguardo l’attività artistica del compositore:

La pittura di Battiato, qualora pretendessimo di canalizzarla in un comodo alveo di neoprimitivismo, dimenticando la ricchezza operativa e intellettuale che la sorregge, rischierebbe di apparirci l’hobby d’un artista episodico e dimezzato; mentre, viceversa, osservandola con tutti due gli occhi, della natura e della cultura, ne vedremo i colori sposarsi affettuosamente alle note, alle parole, alle meditazioni dell’autore e in quest’alleanza, per non dire connivenza, spiegarci la cifra inconfondibile di un’anima.

Il 14 giugno 1996 Gesualdo Bufalino muore in un incidente stradale nella strada da Comiso e Vittoria. Uomo molto riservato, non lasciò mai la sua città né la sua Sicilia, terra della luce e dalle mille contraddizioni, terra di poeti e di mafia, terra perduta e di vita.

La Sicilia, ricordata, sognata, raccontata come se fosse una favola, prima di ogni altra cosa. Isola senza tempo che richiama sempre a se, dove il pensiero della morte è vissuto in maniera dolorosa, quasi fosse una colpa.

Perché dove c’è più luce, dove c’è più sole, lì il sentimento della morte deve essere necessariamente più intenso, più sentito, più doloroso. Perché io immagino, poniamo, una morte nelle nebbie del Nord: lì morire deve essere in qualche modo una cosa naturale, perdersi nel crepuscolo nella cupa ovatta grigia del niente. Mentre qui, invece, nella luce, sotto la forza del sole, la morte rappresenta uno scandalo, un’infrazione, una trasgressione alla legge della vita, alla forza della vita.

Narratore, poeta, saggista, moralista, traduttore, cantore della Sicilia e dei siciliani pubblicò nel 1982 Museo d’ombre e L’amaro miele, nel 1984 Argo il cieco, nel 1985 Cere Perse, nel 1986 L’uomo invaso, nel 1987 Il malpensante, nel 1988 La luce e il lutto, nel 1990 Saldi d’autunno, nel 1991 Qui pro quo, nel 1992 Calende Greche, nel 1993 Il Guerrin meschino, nel 1944 Bluff di Parole, nel 1995 Il fiele Ibleo, nel 1996 Tommaso e il fotografo cieco.

Per Gesualdo Bufalino la funzione della scrittura, così come della letteratura, è salvifica; vista come nutrimento dell’animo e dello spirito, come sublimazione dell’attimo, tanto da affermare:

Si scrive per guarire sé stessi, per sfogarsi, per lavarsi il cuore. Si scrive per dialogare anche con un lettore sconosciuto. Ritengo che nessuno senza memoria possa scrivere un libro, che l’uomo sia nessuno senza memoria. Io credo di essere un collezionista di ricordi, un seduttore di spettri. La realtà e la finzione sono due facce intercambiabili della vita e della letteratura. Ogni sguardo dello scrittore diventa visione, e viceversa: ogni visione diventa uno sguardo. In sostanza è la vita che si trasforma in sogno e il sogno che si trasforma in vita, così come avviene per la memoria. La realtà è così sfuggente ed effimera… Non esiste l’attimo in sé, ma esiste l’attimo nel momento in cui è già passato. Piuttosto che vagheggiare un futuro vaporoso ed elusivo, preferisco curvarmi sui fantasmi di ieri senza che però mi impediscano di vivere l’oggi nella sua pienezza

Nella campagna ragusana, 1990

Letteratura che possiede anche un alto valore etico e morale, che aiuta a sconfiggere il marcio della società. È innegabile, infatti, come le parole abbiano una forza spesso trascurata, come la conoscenza e quindi la l’istruzione delle nuove generazioni siano l’unico spiraglio per un mondo migliore.

E non a caso Gesualdo Bufalino diceva che addirittura «La mafia sarà vinta da un esercito di maestri elementari».

Valentina Certo per MIfacciodiCultura

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