Alois Alzheimer: le origini della malattia

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«Processo degenerativo che distrugge progressivamente le cellule cerebrali, rendendo a poco a poco l’individuo che ne è affetto incapace di una vita normale»: questa è l’asettica definizione che la medicina moderna propone sul morbo di Alzheimer. In senso tecnico tale malattia consiste nella diffusa distruzione di neuroni causata principalmente da una proteina chiamata betamiloide, che, depositandosi tra i neuroni, agisce come una sorta di collante, inglobando placche e grovigli neurofibrillari. A ciò si accompagna una forte diminuzione di acetilcolina nel cervello, sostanza fondamentale per la memoria ma anche per le altre facoltà intellettive. In questo modo il neurone non riesce più a trasmettere gli impulsi nervosi. Chi è affetto da questa malattia vive in uno stato di confusione dove momenti di forte crisi si alternano, almeno a inizio diagnosi, a momenti di maggiore tranquillità: perdita della memoria, senso di smarrimento, difficoltà nello svolgimenti degli impegni quotidiani e nell’utilizzo il linguaggio comune, cambiamento dell’umore e della personalità sono tutte caratteristiche che i pazienti affetti riscontrano. Continuando, il morbo di Alzheimer porta ad un lento ma inesorabile deterioramento generale delle condizioni di salute, fino ad arrivare alla morte, la cui causa più comune è la polmonite, perché il progredire della malattia porta ad un indebolimento del sistema immunitario e ad una forte perdita di peso, accrescendo il pericolo di infezioni della gola e dei polmoni.

Il morbo di Alzheimer è oggi una malattia riconosciuta, ma per lungo tempo la si è considerata come una tra le molteplici manifestazioni delle malattie mentali, curabile con sedute di psicoanalisi. In effetti, si tratta di una malattia relativamente recente, i cui studi si devono ad Alois Alzheimer, di cui porta, appunto, il nome.

Lo scienziato nacque il 14 giugno 1864 a Marktbreit (Germania) e dimostrò, già tra i banchi di scuola, una particolare propensione per le materie scientifiche, tanto da laurearsi in medicina nel 1887, a soli 23 anni. Fin da subito rimase affascinato dal sistema cerebrale, tanto che i primi studi e scritti per cui si distinse riguardano proprio l’arteriosclerosi. Le sue capacità lo portarono ben presto a diventare assistente ricercatore presso la Scuola di Medicina di Monaco, presso la quale organizzò e diresse un laboratorio per la ricerca e gli studi sul cervello. Il 1906 fu l’anno della svolta: Alzheimer pubblicò un articolo come presentazione dello studio effettuato su una donna di circa 50 anni, Auguste Deter, affetta da una malattia che il suo medico curante identificò come “malattia insolita della corteccia cerebrale“, che ha provocato nella paziente perdita di memoria, disorientamento e allucinazioni, per arrivare infine alla morte.

L’anno successivo il caso venne presentato durante la Convenzione Psichiatrica di Tubingen, dove il medico mostrò le più recenti scoperte. Infatti, successivamente ad autopsia, il medico aveva osservato che il cervello della paziente presentava una scarsità di cellule nella corteccia cerebrale e gruppi di filamenti localizzati tra le cellule nervose, fenomeno fino ad allora mai riscontrato. Insomma, la causa era di natura organica, contrariamente a quanto si era creduto fino a quel momento. Purtroppo, durante il convegno, le sue teorie furono accolte con forte scetticismo dai medici presenti e la diffusione dei suoi studi fu piuttosto lenta. La malattia individuata dal medico di origini tedesche prende il proprio nome solo nel 1910 quando Emil Kraepelin, il più famoso psichiatra di lingua tedesca dell’epoca, ripubblicò il suo trattato Psichiatria elencando, tra le nuove forme di demenza, la malattia di Alzheimer, così da rendere finalmente onore e merito a colui che l’aveva studiata.

Nelle sue ricerche Alzheimer fu aiutato anche dallo psichiatra e ricercatore italiano Gaetano Perusini al punto che a quest’ultimo affidò la continuazione del suo progetto sulla strana forma di demenza, analizzando nuovamente e completando persino il suo primo caso clinico, che Alzheimer non considerava ancora concluso. Il giovane medico italiano studiò altri quattro casi e riuscì a far pubblicare i risultati del proprio lavoro sulla rivista Histologische und histopathologische Arbeiten, peccato che come autori ultimi figurassero Franz Nissl e Alois Alzheimer, mentre il Perusini non veniva nemmeno citato. Nel 1912 Wilhelm II re di Prussia convocò Alzheimer presso l’Università di Breslau (oggi Wroclaw, in Polonia) per nominarlo Professore di Psichiatria e Direttore dell’Istituto Neurologico e Psichiatrico. Durante il suo soggiorno, però, il medico si ammalò di un’influenza letale che lo portò alla morte il 19 dicembre 1915 a Breslavia.

Un intero secolo è passato da quei fatti, ma ancora la malattia di Alzheimer rimane un mistero, non c’è cura e non se ne conoscono le cause ultime e certe, mentre il numero di persone affette da questo particolare tipo di demenza è sempre più alto (circa 47 milioni di persone al mondo di cui 600 mila in Italia). La malattia colpisce prevalentemente le donne e non si ritiene più sia una semplice forma di demenza senile, anche se si ammalano frequentemente persone al di sotto dei 65 anni di età.

Auguste Deter

Tuttavia, nessun dato statistico serve a dare un’idea di quanto questa malattia sia difficile e dolorosa, non solo per il paziente ma anche, e soprattutto, per chi gli sta intorno. La perdita della propria autonomia, delle proprie capacità e della propria memoria costringono chi ne è affetto a dipendere totalmente da qualcun altro. Anche le più facili azioni quotidiane come vestirsi, lavarsi, parlare, camminare diventano scogli impossibili. La patologia si presenta in forma insidiosa con sintomi non facilmente riconoscibili, che solo nel tempo, peggiorando, si mostrano nella loro effettiva gravità. Ogni giorno  viene vissuto con pazienza, amore, dedizione da parte di chi si preoccupa dello stato di questi malati: accompagnare un compagno, un genitore o un nonno lungo tutto questo difficile percorso è uno dei più grandi atti d’amore che un uomo possa fare verso un altro essere umano. Si tratta di prenderlo per mano, farsi carico non solo della malattia, ma anche delle proprie insicurezze e debolezze: ci si sente impotenti di fronte ad un simile nemico, spesso non si sa come comportarsi quando la persona che si ama e che si ha accanto all’improvviso non si o ci riconosce più, cambiando di continuo carattere e umore.

È una malattia che spaventa, ma che si può, oggi, conoscere e imparare a gestire, anche grazie alle tante associazioni nate negli ultimi anni e diffuse nel territorio che intervengono a sostegno non solo dei malati, ma anche dei loro famigliari, sia a livello medico sia di supporto psicologico, tra le quali possiamo citare Alzheimer Italia e Alz.Org Italia. Forse conoscerla, sapere cosa comporta, quali sacrifici richiede, la rende ancora più terribile, ma è possibile imparare a conviverci. Con amore.

Veronica Morgagni per MIfacciodiCultura

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