“La vita è sogno”: il mondo di Calderon tra realtà e finzione

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Cosa vuol dire La vida es sueño? Cosa intende Calderon con questa espressione? Qual è la trama che può far emergere questa verità sotterranea o i personaggi che la possono portare in scena? Qual è il nesso simbolico tra quest’ultimi e la vita in generale?

La vida es sueño

Queste sono solo alcune delle domande che salgono alla mente nel momento in cui si assiste a La vita è sogno. Ebbene tutto gravita, come ci suggerisce il titolo, sullo stretto ma fondamentale crinale che separa ciò che è apparenza, finzione da ciò che è realtà; il momento in cui si sogna dal momento in cui si vive per davvero.

Si può leggere in molti modi quest’opera ma, a mio parere, una delle versioni più interessanti ed evocative è quella di Michele Federico Sciacca.

Egli scavando sia nel senso manifesto che in quello sottaciuto dell’opera ha riesumato due modi di intendere questa parabola immaginifica compiuta dal protagonista Segismundo durante l’opera teatrale. Infatti si può usare la parola “sogno” sia per parlare di ciò che vede la mente quando si inabissa nel sonno che per esprimere l’idea di qualcosa che non è reale ma solo visto come tale, alla stessa stregua con la quale, quando ci troviamo in un sogno, non sappiamo di esserci e lo crediamo vero. Questi due piani per intendere questa parola dettano due interpretazioni completamente diverse della reazione e conversione di Segismundo da belva efferata a principe misericordioso.

Il re Basilio, padre di Segismundo, parlando al suo fedele vassallo Clotaldo gli sussurra:

Tutti quelli che vivono, sognano.

Questa frase ci fornisce la piega interpretativa di tutta l’opera e ci fa capire come anche (e forse soprattutto) nella vita si annidi il sogno (inteso come finzione). Chiunque vede il mondo lo intende davvero nella sua realtà? La risposta di Basilio evidentemente è no. La maggior parte delle persone non vive davvero perché la loro attenzione viene catturata da ciò che non è reale, proprio nella stessa misura in cui chi sta sognando non sa che ciò che vede è immaginato. Questa è la situazione di Segismundo nel momento in cui viene liberato a corte per vivere un giorno da re: «Dire che sogno è un inganno: so bene di essere sveglio. Non sono forse Segismundo?». E la risposta di Sciacca (in Verdad y sueño de la vida es sueño, de Calderon de la Barca) al principe è diretta e dura:

No; non è Segismundo; non è un inganno dire che sogna, poiché sta proprio sognando e crede di essere sveglio. Dal sogno fisico, Segismundo si è svegliato; però, sveglio, non è entrato nella realtà, piuttosto, si è inabissato nel sogno: si è svegliato fisicamente per addormentarsi spiritualmente. In effetti, al primo aprire degli occhi al mondo, il mondo lo ha imprigionato, lo ha fatto suo ‘prigioniero’. Il potere, il lusso e l’ostentazione lo hanno soggiogato.

Raffaello, Il sogno del cavaliere (1504)

Segismundo è totalmente irretito dalla libertà fisica, sciolto dalle catene della torre come se essa fosse un sogno ormai lontano, che il mondo che vede davanti a sé gli sembra foriero di appagamento per ogni desiderio personale possieda: «Niente di ciò che va contro il mio piacere mi pare giusto». Al giusto oggettivo il principe oppone il suo personale e soggettivo concetto di giustizia: ciò che gli piace. Abbandona la ragione per la pulsione.

Capiterà poi che il principe verrà narcotizzato e riportato nella torre dove Clotaldo lo convince di aver sognato. Ma Segismundo ha davvero sognato come sognano tutti quelli che si basavo sull’apparenza come egli ha appena fatto. Egli è stato attratto dall’aspetto materiale delle cose, dalla fama, lo sfarzo, la ricchezza e la bellezza fisica. Tutto questo è apparenza, e di questo si convince Segismundo quando Clotaldo gli dice di aver sognato. Non è importante sapere il suo giorno da re appena finito  è accaduto davvero, se era un sogno o realtà, ma possedere un criterio di verità con cui sapere se qualcosa è realtà o no. Solo così possiamo raggiungere la consapevolezza che qualcosa non è come sembra, che in realtà ciò che pensavamo è solo un sogno. In questo modo raggiungiamo una verità non transitoria come la vanagloria o la fama ma una stabile e permanente sulla quale ci possiamo poggiare con sicurezza (questa verità può essere intesa sia attraverso la religione che grazie all’etica, cioè, per semplificare, all’agire secondo il bene). 

Una volta conquistata questa consapevolezza, e di conseguenza superato il piacere dettato dalla volontà soggettiva, Segismundo può tornare a corte e prendere il trono per cercare di risvegliare questa consapevolezza in chiunque lo circondi; insomma per usare la posizione di re per il bene di tutti.

La Caverna di Platone

La parabola di Segismundo è davvero simile, come messo in rilievo da Sciacca, all’allegoria della caverna contenuta nel libro VII de La repubblica di Platone dove un prigioniero legato nel fondo di una caverna è costretto da dei lacci a guardare delle ombre che scorrono davanti a lui. Questo prigioniero, liberatosi, risale la caverna e raggiunge l’esterno dove, a piccole fasi, si abituerà alla luce fino a poter fissare il sole, il Bene. Solo con questa consapevolezza egli potrà poi reimmergersi nelle tenebre per cercare di liberare gli altri prigionieri ancora legati nel fondo della caverna.

Tutto il percorso di Segismundo, per Sciacca, è volto a cercare e afferrare una lega che possa con la sua tempra riunire gli uomini al di là delle rispettive differenze per vivere assieme senza finzioni e in reciproca armonia.

Bibliografia:

  • Pedro Calderon de la Barca, La vita è un sogno, Fausta Antonucci (a cura di), Venezia: Marsilio, 2009.
  • Michele Federico Sciacca, Verdad y sueño de la vida es sueño, de Calderon de la Barca, in Manuel Duràn e Roberto Gonzàlez Echevarrìa (a cura di), Calderon y la crìtica: historia y antologìa, Madrid: Biblioteca romanica hispànica, 1976.

Stefano Brusco per MIfacciodiCultura

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