I colori di Egon Schiele: l’isteria di un artista incompreso

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Kauerndes Mädchen mit gesenktem Kopf, 1918

Durante il primo decennio del XX secolo si amplia l’indagine dell’inconscio con Sigmund Freud, con L’uomo senza qualità di Robert Musil e le nuove coordinate con Henri Bergson. Uno scavo profondo dell’io avviene anche in ambito figurativo. Gli artisti si guardano dentro e, senza alcun tipo di medium, si espongono direttamente per comunicare il loro naufragio esistenziale: al corpo viene data una dimensione nuova. Ciò avviene anche nell’immaginario figurativo di Egon Schiele (Tulln an der Donau, 12 giugno 1890 – Vienna, 31 ottobre 1918), inizialmente legato alla Secessione Viennese, già avviata da Gustav Klimt – gli artisti si allontanano dal “formalismo” accademico – seguendo il tema dell’amore, della vita, dell’erotismo, della morte. Schiele fonderà poi con alcuni suoi compagni il Neukunstgruppe (Gruppo della Nuova Arte), segnando un’ulteriore rottura dalla tradizione.
Nonostante la sua morte precoce, del pittore austriaco ci restano 340 dipinti e 2800 tra acquerelli e disegni, segno di una vita breve ma vissuta intensamente. Nel suo “mondo artistico” è evidente l’influenza di Klimt, di Matisse, degli espressionisti tedeschi: E.L. Kirchner, E. Heckel, K. Schmidt-Rottluff, ancora M. Pechstein, E. Nolde e O. Müller.

La singolarità di Egon Schiele è negli occhi dell’individuo che lui espone, uno Schiele smunto, “accartocciato”, rosa, pallido, imbruttito, d’avorio, spigoloso, ammassato nella sua stessa pelle, nelle sue fibre. Gli occhi sono come l’arancia luminosa della sua cella in prigione:

Ho dipinto il letto della mia cella. In mezzo al grigio sporco delle coperte un’arancia brillante che mi ha portato V. è l’unica luce che risplenda in questo spazio. La piccola macchia colorata mi ha fatto un bene indicibile.

Die eine orange war das einzige Licht, 1912

Gli occhi sono il canale di una sensualità immensa, del “coesistere” michelstaedteriano, dell’indicibile. Sono uno spigolo di ardente vita che guizza seducente, ghermiscono e feriscono in silenzio lo spettatore inconscio che altri non guarda che se stesso. Attraverso gli autoritratti di Schiele si intravede un uomo che esce dalla propria “fossa”, mutila il suo corpo, si guarda da fuori, la camicia che cade è una seconda pelle, è una carcassa inanimata nel suo involucro angoloso, eppure vive la pelle cruda, morta nei suoi colori sfavillanti:

Io sono per me e per quelli / ai quali la morbosa sitibonda smania d’esser liberi / tutto a mio avviso effonde, / ed anche per tutti, perché tutti amo – anch’io. / Sono tra i distintissimi il più distinto – / e tra chi rende, il massimo. – / Sono umano, amo la morte e amo la vita

Egon Schiele, Autoritratto

Donna seduta con un ginocchio piegato (dettaglio)

Si propongono così in un rapporto di assoluta complementarietà il βίος (bìos) e il θάνατος (thànatos), due elementi inscindibili, improbabili da soli. Ed è una cifra fondamentale nell’ottica di Schiele: la sua “angoscia” è malinconia che deriva da una sensibilità tutta particolare ed enigmatica. I nudi sono essenziali, mostrano corpi in un luogo indefinito, bianco, non fisico, onirico, e lasciano che i colori prendano ancora più forma, ogni linea sottile o più pronunciata, graffiata, spezzata, segue i bordi delle mani nodose, i filamenti dei muscoli, dei capezzoli, dei capelli. Il motivo del doppio è coinvolto tra grovigli neri e inestricabili, due specchi antitetici eppure unici. Ancora le mutilazioni, le amputazioni, la scheletrica forma, la bocca innaturale, indicano la fragilità umana: il corpo è striato come un tronco d’albero i cui rami, come le mani, sono alla ricerca di una identità definitiva che si disperde tra l’io e l’altro.

La sessualità in Schiele, piena negli autoritratti, nelle figure femminili, negli amanti, si mostra attraverso la nudità esplicita e non discreta, caotica, disturbante, ma accattivante: prendono forma i seni rossi ed evidenti, le guance ora arancio, ora rosa, ora pallide, le pose erotiche delle donne, delle “ninfette” spavalde come di fronte ad uno scatto. I corpi non iniziano né finiscono, si fondono tra di loro o con loro, si accovacciano, si cingono, si liberano distesi nell’infinito del fondo bianco, si fossilizzano come l’immagine di un morto. I colori sono acidi, brillanti, come lividi blu, viola, e gialli.

L’abbraccio, 1917

Schiele è diviso tra il turbamento dell’essere dominato dal sentimento erotico e dal desiderio di lasciarsi sopraffare da esso. Ma l’immagine è vorace e gli occhi risucchiano tutto l’esterno: in Donna seduta con un ginocchio piegato, c’è una figura accovacciata, la testa reclinata, il rosso dei capelli che avvampa e seduce il verde della veste. Gli occhi sono un abisso. Si percepisce da ogni corpo la disperazione, lo slittamento improvviso nella morte, come ne L’abbraccio: una nudità e sessualità fatta di sola carne che annunciano che qualcosa di terribile è vicino, è “perturbante” ed i colori e le linee sono distesi e prendono la forma di un addio imminente. Non c’è amore, non c’è “salvezza”, come ne Il bacio o L’abbraccio di Klimt, c’è qui, in corpi che si mischiano e si disfano, il richiamo dell’abbandono. È malinconia:

Un eterno sognare colmo dei più dolci eccessi / dell’esistenza / – irrequieto – con travagli angosciosi, dentro, / nell’anima.

Egon Schiele, Autoritratto

Giorgia Zoino per MIfacciodiCultura

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