Marguerite Yourcenar e le innegabili contraddizioni dell’io

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In un monologo proposto dal programma canadese Propos et confidences trasmesso il 3 aprile del 1983 Marguerite Yourcenar diceva che il paradosso dello scrittore sta nel fatto che «deve essere profondamente sé stesso e deve offrire un suo apporto personale» e contemporaneamente «deve dimenticare sé stesso, uscire da sé stesso, fare tabula rasa di sé stesso». La scrittrice continuava dicendo che il primo dovere di uno scrittore è “l’attenzione“. Ne consegue che «in ogni sensazione, in ogni emozione, in ogni descrizione di un fatto c’è un margine», ossia una «linea mai definita dove si sente sempre questa specie di impercettibile cambiamento» e continua citando un testo tantrico del Cachemire:

Nell’ansietà, nel terrore e nello sternuto, quando si contempla un precipizio, quando si sfugge un pericolo, quando si prova una viva curiosità, nel momento in cui si percepisce o si sazia la fame, l’esistenza si rivela.

Marguerite Yourcenar

Una lezione fondamentale che già delinea la figura di una donna che si muove contro le pulsioni artificiose della realtà per andare in quei luoghi in cui convivono le contraddizioni dell’io. Marguerite Yourcenar, pseudonimo di Marguerite Cleenewerck de Crayencour (Bruxelles, 8 giugno 1903 – Mount Desert, 17 dicembre 1987) è stata una scrittrice francese e la prima donna eletta alla Académie française (nel 1980). Marguerite nacque da una famiglia franco-belga, ma, ben presto, fu orfana di madre. Difatti l’amore filiale per lo spettro materno è un lutto incarnato, lo si riconosce intrecciato con delicatezza al dolore vivo in Tu non saprai giammai. La lettura di questa poesia è un po’ come immaginare una donna, di sera, seduta su una sedia mentre guarda fuori dalla finestra, protetta solo da una luce fioca, e che si tocca il cuore per trovare un pensiero delicato come la carezza di una madre che non ha mai conosciuto, ma che vive mescolata alla sua esistenza:

Dolce fiaccola, i tuoi sprazzi, dolce braciere, la tua fiamma / mi insegnano i sentieri che tu hai percorso, / e tu vivrai un poco, perché ti sopravvivo[1]

Precocemente, a soli diciassette anni, la Yourcenar pubblicò nel 1921 la sua prima raccolta di poesie Le jardin des chimères con lo pseudonimo di “Marg Yourcenar” (la “Y”, secondo la scrittrice, ricorda un grande albero che allarga le braccia). Nel 1937 a Parigi la scrittrice conobbe Grace Frick, insegnante di letteratura inglese, che sarà la sua compagna per tutta la vita. Nel 1939 si trasferì in America – prendendo la cittadinanza americana nel 1947- in cui insegnò letteratura francese e storia dell’arte dal 1942 al 1953. Marguerite è stata, inoltre, una scrittrice poliedrica, spostandosi dal romanzo alla poesia, dalla saggistica all’opera teatrale, accostandosi ai temi dell’esistenzialismo, dell’omosessualità e della morte.

Il tema dell’omosessualità si lega inevitabilmente ad uno scavo profondo dell’io e della morte come conseguenza possibile all’anticonformismo. Ad esempio, ne l’Opera al nero (1968), il protagonista Zenon, medico-alchimista viene accusato per la sua condotta di vita e per essere autore di pratiche malsane. Egli sarà vittima del giudizio sociale e papale, successivamente imprigionato e processato, e per sfuggire alla esecuzione si suicida. “L’atto estremo” è l’ultima arma dell’homo faber connessa alla scelta dell’Io contro gli altri Io, fino alla fine. Lo psicologismo erotico, omosessuale, investe anche le Memorie di Adriano (1951), in cui si cela il profondo spazio della contraddizione, luogo in cui c’è un margine impercettibile:

Le parole ingannano: la parola piacere, infatti, nasconde realtà contraddittorie, implica al tempo stesso i concetti di calore, di dolcezza, d’intimità dei corpi, e quelli di violenza, d’agonia, di grida. [2]

La contraddizione dell’io era già presente in Alexis o il trattato della lotta vana del 1929 (è una lettera d’addio del protagonista alla moglie Monique), che costituisce una lotta contro l’infedeltà del proprio io:

So che ci sono dei nomi per tutte le malattie, e che ciò di cui ti parlo viene ritenuto una malattia. Io stesso l’ho creduto per molto tempo. [3]

Il protagonista si rende conto che è impossibile sfuggire all’istinto naturale, perché nasce con noi dal ventre materno e resta lì, sotto la carne. La lotta si genera o perché si ignora l’istinto, o perché lo si vuole ignorare. Alexis lotta contro la sua omosessualità, contro il suo Io “segreto” – compresso -, fino a consegnarsi alla rassegnazione:

La vita mi ha fatto ciò che sono, prigioniero (se vogliamo) di istinti che non ho scelto, ma ai quali mi rassegno, e questa accettazione, spero, in mancanza di felicità mi darà la serenità[4]

La lezione della Marguerite Yourcenar è che ad un certo punto della vita ci si rende conto che strozzare la propria natura è andare a letto con l’infelicità ogni sera, è trovarsi «sull’orlo di un peccato», in una costante “lotta vana” nel tentativo di cucire la felicità sulla sicurezza dei modelli del mondo. Tuttavia all’uomo piace vivere nella contraddizione, è la contraddizione, sebbene nella negazione di sé compia un suicidio dell’anima.

Giorgia Zoino per MIfacciodiCultura

[1] Marguerite Yourcenar, da I doni di Alcippe: «Tu non saprai giammai che la tua anima viaggia/come in fondo al mio cuore un dolce cuore eletto;/e che niente, né il tempo, né altri amori,/né l’età, mai offuscheranno il fatto che tu sia stata.//Che la bellezza del mondo ha preso il tuo volto,/vive della tua dolcezza, splende della tua chiarità,/e che quel lago pensieroso in fondo al paesaggio/mi ridice soltanto la tua serenità.// Tu non saprai giammai ch’io reggo la tua anima/come una lampada d’oro che mi fa luce mentre cammino;/che un poco della tua voce è passata nel mio canto.// Dolce fiaccola, i tuoi sprazzi, dolce braciere,/la tua fiamma mi insegnano i sentieri che tu hai percorso,/e tu vivrai un poco, perché ti sopravvivo».

[2]M. Yourcenar, Memorie di Adriano, Einaudi (p.10)

[3] M.Yourcenar, Alexis o il trattato della lotta vana, 1929

[4] (ibid)

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