«Nobile semplicità e quieta grandezza»: l’arte secondo Winckelmann

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johann-joachim-winckelmannJohann Joachim Winckelmann, il maggiore studioso e teorico del Neoclassicismo, nonché padre della moderna archeologia e storia dell’arte, nacque a Stendal, in Sassonia, il 9 dicembre 1717. Cresciuto in una famiglia di umili origini, il padre era calzolaio e la madre figlia di un tessitore, si distinse sin da ragazzo per la sua perspicacia e per le raffinate doti intellettive nelle Università di Halle e di Jena.

Il 18 novembre 1755 giunse a Roma, un ambiente stimolante e creativo per Winckelmann: qui conobbe il pittore Anton Raphael Mengs e soprattutto il cardinale Albani. Nella città eterna si dedicò allo studio dell’arte classica greca attraverso le copie romane, affascinato dalla prestigiosa collezione del Cortile del Belvedere, ed assunse il patrocinio della biblioteca di villa dell’Albani fuori porta Salaria, che conteneva una ricca collezione di sculture antiche. Divenuto soprintendente alle antichità di Roma nel 1764, viaggiò per l’Italia per studiare gli scavi di Pompei ed Ercolano, Paestum, Firenze, Napoli. L’8 giugno 1768, ferito a morte dopo un aggressione nella città di Trieste, Winckelmann si spense all’età di cinquantuno anni.

Nel 1763 pubblicò Storia delle arti del disegno presso gli antichi, dove per la prima volta, si teorizza una partizione periodica della storia dell’arte basata sui diversi caratteri stilistici, considerati frutto di espressioni e condizioni storico, politico e culturali. La storia dell’arte non è quindi solo lo studio e la biografia del singolo artista, ma diventa la manifestazione di un determinato periodo storico, con le sue problematiche storiche, demografiche e credenze filosofiche e religiose.

Nel trattato Pensieri sull’imitazione delle opere greche in pittura e sculture, pubblicato nel 1755, scrisse:

L’imitazione del bello della natura o si attiene ad un solo modello o è data dalle osservazioni fatte su vari modelli riunite in un soggetto solo. Nel primo caso si fa una copia somigliante, un ritratto: è il modo che conduce alle forme ed alle figure olandesi. Nel secondo caso invece si prende la via del bello universale e delle immagini ideali di questo bello; ed è questa la via che presero i Greci.

«Nobile semplicità e quieta grandezza»: l'arte secondo WinckelmannL’arte greca, scoperta, lodata ed osannata, è considerata l’espressione di una società libera ed armoniosa, ovvero quella della democrazia ateniese, l’emblema assoluto di bellezza ideale e coesione tra perfezione estetica ed etica, tanto da dover essere imitata: «La generale e principale caratteristica dei capolavori greci» secondo Winckelmann, infatti, «è una nobile semplicità e una quieta grandezza, sia nella posizione che nell’espressione. Come il mare che in superficie appare calmo e tranquillo anche se sotto, in profondità, ci sono le correnti, l’espressione delle figure greche, per quanto agitate da passioni, mostra sempre un’espressione grande e posata».
Proprio queste sono le basi teoriche del Neoclassicismo: non tanto la mera imitazione dell’arte antica fine a se stessa, ma un ritorno allo spirito ed all’essenza più profonda, agli ideali democratici, alla libertà ed alla bellezza del passato. L’opera neoclassica incarnava, quindi, quiete, armonia e semplicità nobile e doveva mostrarsi simbolo di compostezza formale e compositiva, lontana da sussulti o conflitti, così come le tre sculture classiche per eccellenza l’Antinoo, l’Apollo del Belvedere ed il Laocoonte. Quest’ultima scultura, in particolare, divenne simbolo di uno stato di grazia e bellezza armonica nonostante la dolorosa sofferenza dei personaggi. Il maggiore esponente degli ideali neoclassici in Italia fu lo scultore Antonio Canova (1757-1822), “il nuovo Fidia”, le cui opere, lontane da ogni sfarzosità, si distinguono per il ritorno ad una bellezza pura quasi sublime.

Valentina Certo per MIfacciodiCultura

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