“Lazzaro Felice”: la rappresentazione del puro nel realismo magico

0 284

Lazzaro Felice è finalmente nei cinema italiani dopo il successo a Cannes, dove abbiamo visto la regista Alice Rohrwacher venire premiata per la miglior sceneggiatura.

Lazzaro Felice

Quella di Lazzaro Felice è una storia che la stessa Rohrwacher ha definito bislacca, perché va oltre il comprensibile, oltre la razionalità e oltre l’occhio umano che distorce il mondo attorno a sé con la sua lente affetta da malizia, consuetudini e cinismo. La trama, ispirata in parte da un fatto di cronaca e in parte da un aneddoto su san Francisco, ruota attorno la figura di un giovanissimo contadino (qui interpretato da un esordiente Adriano Tardioli) dotato di un’incredibile bontà. Un personaggio puro immerso in una favola tragica, la cui cornice arcaica rivela quello che in letteratura chiamano “realismo magico”. Chi ha letto romanzi come Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez sa bene di che tipo di atmosfera si sta parlando: la realtà nuda e cruda cede il passo, in certe svolte narrative, alla magia e all’irrazionale. E lo spettatore deve lasciarsi andare a questa sospensione della realtà per comprendere pienamente il personaggio di Lazzaro e la sua storia.

In questo film c’è tanta letteratura: ci sono Verga e Pirandello nella rappresentazione degli umili e della vita massacrante dei contadini della Tenuta dell’Inviolata, lavoratori semi schiavi per la marchesa Alfonsina De Luna (Nicoletta Braschi), che li sfrutta tenendoli all’oscuro dell’abolizione della mezzadria. C’è il Ciaula pirandelliano che scava nella miniera di zolfo e risale, all’improvviso, lasciandosi folgorare dal poetico spettacolo della luna. Anche Lazzaro, come Ciaula, risale dal fondo per giungere a una nuova verità, una verità che però non ha nulla della bellezza del cielo notturno, ma è triste e buia. Un inganno che si rivela ai propri occhi con la forza devastante di tanti cristalli infranti contro un muro. Ed è proprio la purezza di Lazzaro a rendere l’impatto così forte.

La rappresentazione del puro è un tema caro al neorealismo italiano e la Rohrwacher sembra essersi chiaramente ispirata a quei modelli. C’è il cinema di Olmi, c’è anche il cinema di Pasolini che ergeva i puri come ultimo baluardo della santità nella nuova società borghese. Una santità sporca ma non per questo meno autentica. La dimensione religiosa emerge nel film della Rohrwacher sotto le spoglie della natura primitiva, come una fonte di potente energia da contrapporre al paesaggio urbano che nel film appare grigio, spento e desolato. Una landa senza né energia, né morale. Il Cristo non si è più fermato ad Eboli, ma nella città asettica dove tutti diventano disincantati. Tutti, tranne uno: Lazzaro. Qui Lazzaro diventa il simbolo di qualcosa di imperturbabile, di eterno, qualcosa che si erge al di sopra di tutto e tutti, proprio come Dio.

La Rohrwacher, alla sua terza regia, dimostra di avere un proprio linguaggio in continua trasformazione, forse ancora in via di definizione. Un linguaggio che cerca di andare oltre ma resta profondamente attaccato alle radici del cinema italiano. Ciò non va visto come un difetto, ma come l’espressione più autentica di ciò che il film vuole essere: atavico, arcaico, ma senza rinunciare a quel pizzico di magia.

Carmen Palma per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.