John Maynard Keynes: un anticapitalista a favore dell’economia di mercato

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Rivoluzionario e iconoclasta. Questi sono due dei numerosi epiteti pronunciati da sostenitori e detrattori nei confronti di John Maynard Keynes, uno dei più grandi economisti del Novecento.

Conferenza di Pace a Versailles (1919)
Conferenza di Pace a Versailles (1919)

Nato il 5 giugno 1883 in una famiglia di Cambridge (UK), suo padre era un economista e docente del King’s College dalle posizioni apertamente neoclassiche. Keynes finì per studiare nella stessa università, prima concentrandosi sulla Matematica; successivamente, l’incontro con Alfred Marshall e altri intellettuali lo portò a concentrarsi maggiormente sull’Economia e le Scienze Sociali. Dopo aver conseguito un Bachelor nel 1905 e un Master nel 1909, Keynes fu assunto come funzionario pubblico nel Ministero britannico dell’India, dove poté compiere analisi sull’economia indiana: gli esiti della ricerca furono inclusi nel suo primo saggio, La Moneta e le Finanze dell’India (1913). Ma l’esperienza che gli fece cambiare drasticamente l’approccio verso l’economia fu il ritorno al lavoro come funzionario della Corona durante la Prima Guerra Mondiale, questa volta agli uffici del Tesoro. Qui ebbe l’occasione di conoscere i rapporti tra i diversi Stati alleati del Regno Unito. E fu proprio a Versailles nel 1919, al termine del conflitto mondiale, che accompagnando il Primo Ministro David Lloyd George l’economista gli suggerì di essere cauto nelle sanzioni comminate alla Germania. Peccato che il politico inglese, assieme al Presidente del Consiglio francese Georges Clemenceau, definì riparazioni di guerra ingenti e l’occupazione militare del Reno, umiliando la Germania.

Dopo questa esperienza, Keynes decise di dimettersi dal proprio incarico. Per tutti gli anni Venti insegnò e fece ricerche tra Cambridge e Londra, conoscendo Arthur Cecil Pigou, uno dei primi esponenti della cosiddetta economia del benessere. Un’occasione per affrontare per la prima volta il tema del fallimento del mercato, uscendo dai dogmi dell’economia neoclassica. E ci volle poco per passare dalla teoria alla pratica: nel 1929, la crisi finanziaria ed economica degli Stati Uniti, espansa poi in Europa, ha dimostrato le fragilità intrinseche del capitalismo e della teoria neoclassica.

Keynes negli anni '30
Keynes negli anni ’30

Questi fenomeni lo indussero a scrivere il Trattato sulla moneta (1930) e la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta (1936), con cui Keynes criticò apertamente il pensiero neoclassico con i suoi postulati e teoremi. Tutto a partire dalla confutazione della legge di Jean-Baptiste Say, che giustificava il laissez-faire nelle crisi economiche: durante una crisi di sovrapproduzione, la conseguente discesa dei prezzi renderebbe più conveniente i prodotti e porterebbe ad un nuovo aumento della domanda e dell’occupazione. Sostanzialmente l’offerta creerebbe la sua domanda, assumendo che la moneta sia un bene neutrale (riconducendo tutti gli scambi economici a Merce-Denaro-Merce). Keynes criticò duramente questa teoria: per lo studioso inglese, la moneta non è una merce neutrale. Anzi, oltre alla moneta in sé in quanto oggetto bisogna considerare la moneta di conto, ossia il numero trascritto sulla moneta che ne denota la riserva di valore. Pertanto, Keynes fece notare come nel capitalismo la moneta, oltre a essere misura e mezzo di scambio, sia anche vera e propria riserva di valore. Per Keynes il capitalismo dunque, seguendo quanto suggeriva già Marx, si basa sullo schema Denaro-Merce-Denaro: il suo obiettivo finale non è alcun equilibrio dell’economia di mercato, bensì la ricerca continua di plusvalore ottenuto con la compravendita di moneta, il cui costo e rendimento è il tasso d’interesse. Salta così la legge di Say: non è vero che un’alta propensione al risparmio favorisce una ripresa dell’economia. Con il famoso paradosso del risparmio, Keynes dimostrò che non è scontato che chi risparmi lo faccia col fine di aumentare i consumi futuri. Anzi, la riduzione del consumo presente non fa altro che ridurre la domanda aggregata, portando così l’offerta a ridurre in successione i volumi di produzione, gli investimenti e infine l’occupazione. Paradossalmente si arriverà così alla riduzione del reddito nazionale, bruciando i risparmi stessi. Ecco la rivoluzione copernicana di Keynes: è la domanda a creare l’offerta e il fine ultimo dell’economia non è il risparmio, bensì il consumo. Ed è da questa riflessione che l’economista inglese pose le fondamenta della macroeconomia moderna, arrivando a studiare le economie nazionali come sistemi aggregati e affermando l’esistenza di cicli economici. Per affrontare congiunture di crisi economica, l’unico modo è attuare politiche fiscali di riduzione delle imposte e/o di aumento della spesa pubblica e politiche monetarie di riduzione dei tassi d’interesse, stimolando così la domanda aggregata.

Keynes alla Conferenza di Bretton Woods (1944)
Keynes alla Conferenza di Bretton Woods (1944)

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, Keynes assistette ai lavori della Conferenza di Bretton Woods del 1944, dove propose una riforma della moneta a livello internazionaleL’economia di mercato doveva andare oltre il capitalismo finanziario, istituendo una banca internazionale in cui tutti i Paesi potessero indebitarsi a vicenda e saldare i conti con la compravendita di beni. Alla fine prevalse l’idea statunitense del Fondo Monetario Internazionale, ben diversa da quella di Keynes, che morì d’infarto il 21 aprile 1946. Ma, dopo la crisi del 2008, sarebbe giunto il momento di ripescare il suo pensiero, partendo dalla sua idea di autentica economia di mercato contro il potere della rendita finanziaria.

Filippo Villani per MIfacciodiCultura

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