Yes! Yes! Yes!: l’Irlanda ha ufficialmente legalizzato l’aborto

0 695

Alla fine è stato un sì, o per meglio dire una valanga di sì per testimoniare una maggioranza assoluta a favore dell’aborto, con punte di 80% nei distretti elettorali di Dublino. Il referendum sull’abolizione dell’ottavo emendamento e la conseguente legalizzazione si è tenuto lo scorso venerdì 25 maggio in Irlanda. La Repubblica, fino alla scorsa settimana, aveva legiferato in modo severissimo per quanto riguarda l’interruzione di gravidanza: nel 1983 il governo di coalizione Labour-Fine Gael di Garrett Fitzgerald aveva inserito nel dettato costituzionale che lo Stato riconoscesse in modo eguale il diritto alla vita di madre e del non nato.

Guardando ai fatti, spesso accade che le donne irlandesi, in mancanza della possibilità di farlo in casa propria, sono costrette a cercare un’interruzione di gravidanza in Inghilterra, il tutto a proprie spese. Il caso che ha fato scalpore è stato quello della morte di una giovane donna indiano-irlandese, Savita Halappanavar, il 28 ottobre 2012. La giovane dentista di Galway perse la vita perché l’équipe medica che doveva praticare un aborto terapeutico si trovò con le mani legate dall’ottavo emendamento che, come indicato sopra, garantisce al bambino non nato il diritto alla vita. Se l’ottavo emendamento non fosse stato parte della costituzione irlandese, Savita sarebbe ancora viva, come ha rilevato un’inchiesta voluta dallo Health Service Executive, corrispondente al nostro SSN.

Dinanzi a questo episodio e allo scalpore conseguito sia a livello interno che da diversi fronti internazionali, l’ex Taoiseach Enda Kenny aveva indetto la creazione di una Citizens’ Assembly (An Tionól Saoránach in irlandese), ossia un’assemblea costituita da 66 cittadini e 33 membri delle Oireachtas (il parlamento irlandese). Le conclusioni dell’assemblea dei cittadini sono inevitabili: è necessario un referendum per abolire definitivamente l’ottavo emendamento e legalizzare l’aborto.

Leo Varadkar, il giovane premier indiano-irlandese aveva promesso un referendum entro il 2018. Passati i mesi,  17 gennaio 2018 il giovane ministro della salute Simon Harris annunciò, in un suo bellissimo discorso nel Dáil (il corrispettivo irlandese della Camera dei Deputati), di voler velocizzare il referendum abrogativo.

These are not faceless women. They are our friends and neighbours, sisters, cousins, mothers, aunts, wives.

Da quel momento in poi, Simon Harris è l’anima del movimento pro-choice. I movimenti pro-choice, come ROSA (movimento femminista che prende il nome da Rosa Luxemburg), i partiti come Solidarity o People Before Profit,  lo stesso Fine Gael (il partito di Harris e Varadkar, conservatore,  Micháel Martín (leader di Fianna Fáil) e la leader di Sinn Féin Mary-Lou Macdonald, hanno avviato diverse campagne a favore dell’aborto, a cui ha tentato di opporsi la Chiesa cattolica e il suo braccio operativo, Love Both. Molti gruppi pro-choice sono nati su Facebook, come Mná na hÉireann (“donne irlandesi”) e gruppi pro-life. Erin Darcy è una di quelle donne, una colonna portante del femminismo irlandese contemporaneo, fondatrice del movimento In Her Shoes. Attraverso questo, si vuole dare voce a tutte le persone colpite dall’ottavo emendamento, invitandole a esporsi per meglio far comprendere a chi ascolta, maschio o femmina che sia, che prima di giudicare o prendere decisioni al posto di altri è bene mettersi nei loro panni (da qui In Her Shoes). 

Venerdì, dopo una campagna di colpi bassi (soprattutto da parte dei pro-life), l’Irlanda si è pronunciata, salutando per sempre l’ottavo emendamento e dimostrando di aver intrapreso un percorso a favore di un aborto safe, legal, and rare (come voluto dallo stesso Varadkar). L’Irlanda deve essere presa come un esempio: non si è trattato di una rivoluzione silenziosa, come ha fatto il Taoiseach sabato. Dal punto di vista umano, è stata un’esperienza indimenticabile, non soltanto per il risultato raggiunto, ma anche per le persone che personalmente ho conosciuto in questa battaglia condivisa, pronte a sacrificarsi per il bene del proprio paese. Volantinaggi, incontri e dibattiti scandiscono la routine di chi vuole schierarsi in prima linea per salvaguardare un diritto quale l’aborto che deve essere legalizzato, volendo far arrivare il messaggio ai ragazzi ma anche i meno giovani. Molti successi sono evidenti, dato che perfino alcuni cattolici praticanti si dicono pronti a votare sì, per il bene delle proprie figlie. È un successo che deve essere festeggiato ma, all’insegna di questa rivoluzione che è stata tutto fuorchè silenziosa, bensì sostenuta da convinzioni salde e decise, si deve continuare a combattere al fine di modificare, migliorandole, altre realtà, ad esempio abrogando il secondo emendamento che relega la donna al ruolo di mera serva, dopo la marriage equality del 2015.

Buona fortuna, Irlanda!

Andrea di Carlo per MIfacciodiCultura 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.