I Grandi Classici – “Bartleby lo scrivano”, la resistenza passiva del travet Bartleby, (m’impiego ma non mi spezzo)

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«Preferirei di no», in origine «I would prefere not to»: non è stupefacente quanta energia, quanta ribellione, quanta granitica determinazione è sottesa ad una siffatta formula di cortesia? Siamo di fronte ad un q.b. di parole, della portata e della potenza simbolica di un I have a dream: se così non paia al lettore men che attento, è verosimilmente perché non ricordate, o non sapete, che questa è la locuzione-simbolo di Bartleby lo scrivano, romanzo di Herman Melville.

Herman Melville

Che Melville sia poeta e cantore della determinazione, per quanto folle come in Moby Dick, è peraltro cosa nota; meno lo è il fatto che questa tematica sia sviluppata anche in Bartleby lo scrivano appunto, ed in maniera affatto diversa rispetto al romanzo della caccia alla balena bianca. Per certi versi, l’impianto della storia potrebbe apparire fiabesco: i tre dipendenti del titolare di uno studio legale piuttosto stimato di New York, infatti, si chiamano Turkey (Tacchino) e Nippers (Chele), il cui ruolo è quello di  scrivani, e il fattorino Ginger Nut (Zenzero). Siccome Turkey è perfettamente efficiente al mattino, ma insolente e pasticcione dopo pranzo, mentre  Nippers è inquieto e irritabile al mattino ma lavora bene al pomeriggio, e gli affari delle studio stanno aumentando il carico di lavoro, il titolare/narratore decide di assumere un terzo scrivano: Bartleby, appunto. Questi è una figura «pallidamente linda, penosamente decorosa, irrimediabilmente squallida!», che inizialmente svolge diligentemente il suo lavoro. Ma soltanto all’inizio, e soltanto il lavoro specifico per cui è stato assunto, rifiutando qualsiasi altra incombenza con la frase I would prefere not to. In un secondo momento, però, questa risposta viene data da Bartleby anche per il suo lavoro specifico.

Bartleby a teatro

La storia non è lunghissima e riesce pressoché impossibile riassumerla senza rivelarne eccessivi aspetti e colpi di scena: ma quanto maggiormente ci interessa è già intuibile da questa largamente parziale sinossi di Bartleby lo scrivano, che nella bibliografia di Melville segue la pubblicazione di Moby Dick di due anni, 1853 contro 1851, con una prima uscita in due parti sulla rivista Putnam’s Magazine ed un successo tutt’altro che immediato. Eppure, oggi Bartleby lo scrivano è considerato uno dei capolavori della letteratura nordamericana, precursore di atmosfere kafkiane, dell’esistenzialismo, persino del teatro dell’assurdo alla Beckett: al di là di un’eco nelle scelte lessicali, infatti, vi è più di una sfumatura di assurdo della forma di resistenza messa in atto da Bartleby. Il quale, da figura squallida qual è, assurge ad icona della non violenza ante litteram, della resistenza passiva, della figura grigia su sfondo grigio in cerca non tanto di riscatto ma di un rigurgito di dignità personale ancorché solipsistica.

Una recente edizione di “Bartleby lo Scrivano”

Il Bristow di Frank Dickens ed il Fantozzi nostrano sono epigoni di Bartleby lo scrivano, il cui valore letterario punta però a Dickens (e come non vedere anche Bob Cratchit, sebbene alquanto modificato, in Bartleby?), e secondo certa critica Melville avrebbe proprio cercato di imitare Dickens, mosso dall’invidia per il successo  di quest’ultimo.  Aggiungendo che Melville sarebbe stato influenzato dalla lettura di Emerson, e che a sua volta avrebbe ispirato Camus, prendiamo atto non solo delle numerose riduzioni per il teatro e delle due cinematografiche, ma soprattutto del fatto che sull’interpretazione del testo è sorto un fenomeno noto col nome di “The Bartleby Industry”, legato soprattutto ad una massiccia produzione di articoli e saggi finalizzati al raggiungimento di una carriera universitaria.

Perché il problema finale di Bartleby lo scrivano è semplice, ossia l’interpretazione della trama e delle sua allegorie: di volta in volta, sono stati individuati nel testo echi cristiani, allusioni buddiste, critica sociale, analisi psicologiche, le quali a volte hanno puntato a individuare nelle pagine di Melville un rapporto conflittuale col padre. In definitiva, è lecito dire che Bartleby lo scrivano è una delle letture più aperte che si possano fare, della quale ci affascina a livello individuale l’aspetto della resistenza passiva, o meglio ancora della desistenza. È singolare che per definire il personaggio principale non si sia spesa la definizione di depressione: Bartleby non entra nella storia già aggrappato al suo «Preferirei di no», ma vi perviene nel corso della narrazione, come se il lavoro che ottiene fosse una sorta di ultima spiaggia, un ultimatum dato a se stesso nella attesa di vedere se vi sono margini di recupero rispetto al senso della vita, o almeno ad una qualsivoglia spinta a mantenerla: e messo di fronte alla prova inconfutabile dell’assenza di tale senso e dell’assurdità del tutto, Bartleby il Grigio decide di compiere una fuga pirandelliana in maniera desistente, passiva, non violenta, fatale.

Non di rado accade che, se contrariati in maniera insolita e profondamente irragionevole, si senta vacillare in noi le nostre più elementari convinzioni. Si comincia, per così dire, a contemplare la possibilità che, per quanto sorprendente sia il fatto, tutte le buone e giuste ragioni abitino in casa dell’altro.

Del resto, per essere felici bisognerebbe vivere, ma la maggior parte della gente si limita ad esistere, diceva Oscar Wilde. Essendone consapevoli, qualcuno vorrebbe mai vivere una vita monca, senza emozioni, vuota di senso e aspettative?

Personalmente, preferirei di no.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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