Giuseppe Garibaldi, l’Eroe dei due mondi che ha cambiato la storia d’Italia

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Pochi personaggi storici ispirano dentro noi italiani patriottismo e amore per la patria quanto i grandi condottieri: se pensiamo a chi ha reso grande l’Italia, subito la nostra mente corre all’antica Roma di Giulio Cesare, alle grande casate rinascimentali, dai Medici agli Sforza, per arrivare, immancabilmente a Giuseppe Garibaldi, colui che forse più di ogni altro ha reso l’Italia il paese che è oggi. A differenza degli altri, però, Giuseppe Garibaldi ha un altro merito: non è solo “nostro”, ma è un eroe per molte più persone che solo per gli italiani, l’Eroe dei due mondi che è stato in grado di accendere l’amore per la libertà negli animi di molti popoli.

Giuseppe Garibaldi, l'Eroe dei due mondi che ha cambiato la storia d'Italia

Garibaldi nasce a Nizza, allora ancora facente parte del territorio dei Savoia ma sotto il dominio francese di Napoleone Bonaparte, il 4 luglio 1807, da genitori liguri: fin da piccolo, sebbene per lui i genitori progettassero una carriera da medico, o da avvocato, Garibaldi invece ha un’unica passione: il mare. È così che a 14 anni si iscrive nel registro dei mozzi a Genova, e da allora comincia a viaggiare: prima nel Mar Nero e poi nel vicino Oriente, presso ex colonie genovesi, Garibaldi passa i successivi 14 quattordici anni della sua vita in mare, perdendosi nei porti del Mediterraneo e vivendo i fremiti di libertà ed autonomia che allora attraversavano il vicino Impero Ottomano e i Balcani – la Grecia aveva ottenuto l’indipendenza solo un paio di anni prima. È proprio in Oriente che Garibaldi entra in contatto con le idee di Giuseppe Mazzini, che nel 1831 aveva fondato a Marsiglia la Giovine Italia, un’associazione insurrezionale che aveva come scopo la trasformazione dell’Italia in una repubblica democratica unitaria. Sono proprio gli ideali di libertà, indipendenza e unità incarnati nel progetto mazziniano che spingono Garibaldi ad unirsi alla causa,  vista come l’occasione di liberazione di un popolo oppresso. E proprio questo suo entusiasmo lo portò, nel 1834 ad organizzare un ammutinamento all’interno della marina di guerra sarda in concomitanza con un’insurrezione mazziniana in Savoia: il fallimento di questa gli procura una condanna a morte, e Garibaldi è costretto a scappare prima a Tunisi, e poi in Brasile, a Rio de Janeiro.

Un uomo, che, facendosi cosmopolita, adotta l’umanità come patria e va ad offrire la spada ed il sangue a ogni popolo che lotta contro la tirannia, è più di un soldato: è un eroe.

Emile Barrault, frase riportata da Garibaldi ad Alexandre Dumas in “Memorie di Giuseppe Garibaldi” e molto spesso associata a Garibaldi stesso

L’amore per la libertà, e quella voglia quasi famelica di liberare popoli oppressi, lo segue oltreoceano: dedica cinque anni della sua vita alla creazione della repubblica del Rio Grande do Sul, e poi all’indipendenza uruguaiana, rimanendo in America latina fino al 1848. Qui incontra anche Anita, indomita donna brasiliana che, oltre a essere l’amore della sua vita, sarà anche sua compagna su ogni campo di battaglia, e da cui avrà tre figli.

Dopo quattordici anni di esilio, però, l’Italia chiama, e Garibaldi decide di tornare in patria, trascinato dalle voci sul riformismo di Papa Pio IX e dagli inviti mazziniani: partecipa come generale alla Prima guerra d’indipendenza nel 1848, ma dopo l’armistizio tra Piemonte e Austria, e la caduta di Roma, è costretto a fuggire, e nella fuga perderà l’amatissima moglie Anita. Fuggito di nuovo dall’Italia per l’America – dove tra l’altro vive a New York ospite di Antonio Meucci – farà ritorno in patria solamente quattro anni dopo, nel 1854, per partecipare alla Seconda guerra d’indipendenza: dopo le vittorie riportate, la delusione dell’Armistizio di Villafranca spinge Garibaldi ad organizzare una spedizione di volontari per finalmente riunificare il territorio italiano.

Tra la notte del 5 e 6 maggio del 1860 circa mille volontari si imbarcano a Quarto, Genova, alla volta di Marsala, per la conquista del Regno delle due Sicilie, sotto dominio borbonico: ecco, è a questa impresa che noi colleghiamo il ricordo di Garibaldi, influenzati dalla meraviglia e dall’orgoglio di ha sentito raccontare questa storia decine di volte. Una giubba rossa e mille volontari al seguito, come in una fiaba, alla conquista – alla creazione – dell’Italia: una marcia trionfale che porta lui e i suoi volontari da Marsala a Messina, fino ad arrivare a Napoli, la capitale del regno borbonico; e, infine, la consegna dei territori conquista a Vittorio Emanuele II, ultimo atto di una guerra di creazione e unificazione che di vera e propria conquista.

Dopo, si ritira nell’isola di Caprera, con l’obiettivo di liberare Roma: non può nascere l’Italia senza la sua capitale, e Roma, la città eterna, è stata per troppi secoli il cuore pulsante di un impero che ha plasmato non il nostro paese, ma l’onera Europa e società occidentale. Roma non è pietre, storia e mera memoria dei fasti che furono, ma simbolo vivo, visceralmente legato all’idea stessa di Italia. («O Roma o morte», le parole pronunciate da Garibaldi sbarcato a Marsala). Ma Roma è anche cristianità, e sede dello stato pontificio tanto protetto da Napoleone III: i tentativi di riconquistarla falliscono, e anche la Terza guerra d’indipendenza del 1866 non riporta successi. I suoi ultimi sono costellati dall’impegno politico, non solo in Italia – come deputato parlamentare – ma anche all’estero – in Francia venne eletto nell’Assemblea Nazionale di Bordeaux. Anche l’impegno civile non venne mai meno: fermo sostenitore della libertà di stampa e del suffragio universale, si batté per anni fortemente anche contro la pena di morte.

Garibaldi muore a Caprera, in quella che ormai è diventata la sua isola, il 2 giugno 1882, all’età di quasi 75 anni, e la sua morte viene pianta non solo dal’Italia intera, ma da tuta la civiltà occidentale.

Come spiegare in poche righe chi è stato, cosa ha rappresentato Giuseppe Garibaldi? Garibaldi è stato un grande generale, uno stratega, un politico. Un patriota, certamente. Ma soprattutto è stato un sognatore e un grande amante della libertà: non solo in Italia, ma dovunque sentisse il richiamo di popoli oppressi, dall’America del sud ai paesini siciliani, è stato l’incarnazione della speranza di tutti coloro che volevano ribellarsi ma non ne avevano la forza, o i mezzi. Nei due secoli successivi alla sua nascita, e ancora oggi, è stato il faro a cui si sono ispirati migliaia di rivoluzionari, e il suo senso del dovere – per sempre impresso nella memoria il famoso «Obbedisco» del 1866 -, il suo amore per la patria e tutti i valori democratici ne fanno ancora oggi un esempio da seguire.

Margherita Scalisi per MIfacciodiCultura

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