2 giugno: primo passo di una Repubblica zoppicante

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I festeggiamenti per il 2 giugno, dalle nostre parti, non sono mai liberi da controversie. Basti pensare alla cavalcata di Renzi per la riforma del Senato nell’aprile 2016, che andò a scontrarsi col No dei difensori della Costituzione al referendum del 4 dicembre. Negli ultimi giorni, con un esecutivo ancora da definire, è il veto di Mattarella alla proposta dell’euroscettico Savona nel ruolo di ministro dell’Economia a scaldare gli animi. Un valido pretesto per rispolverare l’articolo 92 di quella carta approvata ufficialmente nel dicembre 1947.

Il 2 giugno dovrebbe essere per antonomasia il compleanno condiviso da ogni cittadino, il giorno che riconosce tutti membri di un Paese democratico, ormai libero da tempo dall’oppressione nazifascista. Purtroppo questo senso di partecipazione collettiva non sembra essere tanto rilevante, oggi. Al Sud la guerra finì nell’estate 1943 con lo sbarco degli Alleati, mentre l’esperienza partigiana del Nord si protrasse per altri 2 anni, in una lotta aperta contro i fascisti e i tedeschi. Le forze del CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia) sarebbero poi diventate protagoniste della nascente Repubblica: in prima linea il Partito comunista, radicato nella classe operaia, e la Democrazia Cristiana, evoluzione del Partito popolare di don Sturzo. Vi erano poi socialisti, liberali e il Partito d’azione. Il “vento del Nord”, invece, fiducioso di un rinnovamento della nazione, soffiava forte e si preparava a investire anche il Meridione. Un secolare disprezzo si trascinava dai tempi del Risorgimento nei confronti di un’area considerata arretrata e irrecuperabile sul piano morale e politico, un’area governata da latifondisti e mafiosi, i quali poterono allacciare e rinsaldare legami (di parentela e affari) con vari soldati italoamericani. Non a caso, il movimento qualunquista sorse e si propagò da Roma in giù, in opposizione alla nuova “dittatura” antifascista.

Ad ogni modo, nel giugno del ’45, il primo governo di transizione fu guidato da Ferruccio Parri, capo del Partito d’azione. Gli succedette il democristiano Alcide De Gasperi, in una fase in cui la coesistenza delle diverse anime della Resistenza era ancora possibile. Infatti, al Ministero della Giustizia venne riconfermato Palmiro Togliatti, il “Migliore” del Partito comunista, leader carismatico e dalla stima inattaccabile, almeno fino alla fatidica “svolta di Salerno” del ’44. Fu In quell’occasione, dopo il ritorno dall’esilio a Mosca per sfuggire alle persecuzioni del regime, che impose la direzione sovietica ai suoi militanti. Consapevole del profondo divario interno al Paese e temendo un’altra guerra civile, Togliatti si rese disponibile nel prendere parte a un governo di coalizione, accettando (temporaneamente) perfino la  monarchia e rinviando le dispute politiche.  Questa nuova linea ben si sposava con l’indirizzo moderato e filo-occidentale di De Gasperi, il quale uscì nettamente vincitore alle elezioni del 2 giugno 1946 per definire l’assetto dell’Assemblea Costituente, le prime votazioni che estendevano il voto anche alle donne, garantendo il suffragio universale. La DC ottenne il 35,2% delle preferenze (circa 8.101.000 voti), seguita dal 20,7% del Partito socialista e il 18,9% dei comunisti.

Ovviamente, in quella stessa data si svolse anche il referendum che avrebbe deciso le sorti delle istituzioni: monarchia, nel solco di un passato liberale conservatore, o l’aria nuova della repubblica?

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Togliatti

Così recita il primo articolo della Carta Costituzionale, fonte legislativa primaria che il 2 giugno sancì la nascita di una repubblica che venne scelta dal 54% degli italiani (al Sud, com’era prevedibile, vinse la Corona sabauda). Si trattò di conciliare tre grandi correnti ideologiche, liberalismo, cattolicesimo e marxismo, racchiuse in 139 articoli e 18 disposizioni, suddivisi in “Diritti e doveri dei cittadini” e “Ordinamento della Repubblica”. Un lavoro non pienamente collettivo, che venne frazionato in commissioni e sottocommissioni, a esprimere un equilibro fragile, che non poteva durare in un mondo sempre più polarizzato tra USA e Unione sovietica. Già nel marzo ’47, con l’annuncio della “dottrina Truman” e del Piano Marshall per supportare la ricostruzione postbellica, De Gasperi estromise la Sinistra dal governo, favorito inoltre dalla scissione del Partito socialista nell’ala moderata di Giuseppe Saragat. Questo atto sancì la fine della coalizione e diede avvio alle reciproche accuse, dallo spettro rosso al tradimento degli ideali della Resistenza.

De Gasperi

Le nuove elezioni del 18 aprile 1948 consolidarono l’egemonia democristiana, forte dell’appoggio americano e della Chiesa. Uno schieramento che includeva sindacalisti, giuristi e imprenditori di alto spessore ma anche opportunisti sempre pronti a cambiare bandiera. Senza contare poi il fatto che l’epurazione dei precedenti funzionari fascisti fu molto limitata e tanti procedimenti giudiziari interrotti. L’aria non era poi così tanto nuova, dopotutto: i voltagabbana cresciuti all’ombra di Crispi, Giolitti e Mussolini, esperti del malaffare, si insinuarono nella DC come un cancro, secondo la legge del Gattopardo che voleva cambiare tutto affinché nulla cambiasse. Erano gli albori di una classe dirigente di dubbia moralità, forza centrista dei governi monocolore (anche privi di maggioranza in diversi casi). Erano i primi passi di cittadini mai affrancati dal ruolo di sudditi, zoppicanti come lo Stato di diritto in cui si ritrovarono. «Ma per fortuna o purtroppo lo sono».

Luca Volpi per MIfacciodiCultura

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