Giuseppe Ungaretti, il poeta che collezionava i fiumi

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Ungaretti durante la Grande Guerra

Qualcuno sostiene che la nostra vita sia simile ad un fiume, che abbia cioè una sua fonte, un percorso più o meno accidentato e, infine, una foce definitiva ed irresistibile. Altri sostengono, invece, che la vita non sia un fiume a sé stante, bensì un incontro tra fiumi diversi, un incrocio fra corsi d’acqua provenienti da luoghi lontani ed imprevisti. La pensava così anche uno dei più rivoluzionari poeti italiani del Novecento: Giuseppe Ungaretti (Alessandria d’Egitto, 8 febbraio 1888 – Milano, 1° giugno 1970).

Tra i versi di una delle sue prime poesie, intitolata I fiumi, infatti, Giuseppe Ungaretti rievoca uno ad uno i corsi d‘acqua che avevano attraversato fino ad allora la sua vita da «esule» e «girovago»: ogni età ha il suo fiume. Come suggerisce il verso iniziale, il componimento fu composto nel 1916 presso una località vicina all’altopiano del Carso, Cotici, teatro di cruente battaglie fra Italiani ed Austriaci durante la Grande Guerra. «L’Isonzo scorrendo ⁄ mi levigava / come un suo sasso», scrive un Ungaretti appena ventottenne fra i suoi «panni sudici di guerra», raccontandoci attraverso l’immagine simbolica di un fiume − l’Isonzo − la sofferenza logorante provata in trincea. Qualche verso dopo, dichiara: «Ho ripassato ⁄ le epoche ⁄ della mia vita ⁄ Questi sono ⁄ i miei fiumi».

Comincia a “collezionare” fiumi fin da prima di nascere: entrambi i genitori, difatti, sono originari di Lucca e il fiume che meglio rappresenta quel territorio è sicuramente il Serchio, per cui ne’ I fiumi Ungaretti ricorderà:

Questo è il Serchio / al quale hanno attinto / duemil’anni forse / di gente mia campagnola / e mio padre e mia madre

Giuseppe Ungaretti nella sua vecchiaia

Il secondo fiume che si affaccia per scorrere nella vita di Ungaretti è anche uno dei più lunghi: il Nilo. Nato esattamente 130 anni fa ad Alessandria d’Egitto, il giovane Giuseppe rimarrà nella città egiziana fino ai 24 anni: un lasso di tempo che accrescerà in lui quella sensazione di «esilio» vissuta fin dall’infanzia, un’esperienza senza la quale gli sarebbe stato impossibile rileggere in modo così inedito ed innovativo l‘intera lirica italiana. Alessandria rappresenterà sempre per Ungaretti un luogo simbolico al quale tornare con l‘immaginazione poetica, un tempo nel quale si sarebbe ritrovato bambino e ragazzo. Un luogo che, tuttavia, non gli aveva risparmiato acute sofferenze: quando Giuseppe aveva soli due anni, infatti, suo padre Antonio morì a causa di una malattia contratta sul cantiere del Canale di Suez. Grazie alla madre, Maria Lunardini, Ungaretti riesce comunque a studiare presso una delle scuole più prestigiose della città: l’Ecole Suisse Jacot. È «nelle estese pianure» di Alessandria che il Nilo lo vede «nascere e crescere e ardere d’inconsapevolezza» ed è sempre sulle rive del Nilo che Giuseppe matura sin da giovane l’amore per la poesia, leggendo riviste letterarie francesi quali Mercure de France e abbonandosi a riviste culturali italiane come La voce.

Ungaretti in trincea

Questo era il Nilo, ma nel 1912 Ungaretti decide di trasferirsi a Parigi per conseguire gli studi universitari. La Ville Lumière, in quegli anni, è l’indiscussa capitale artistica e culturale del Vecchio Mondo, e difatti sotto la Tour Eiffel il poeta ventottenne farà la conoscenza di Guillaume Apollinaire, Pablo Picasso, Amedeo Modigliani, Giorgio De Chirico, Giovanni Papini, Aldo Palazzeschi ed Ardengo Soffici. Grazie a questi ultimi tre italiani, Ungaretti entrerà a far parte di una delle riviste italiane più prestigiose di sempre: Lacerba. Stimolato da un ambiente culturale così vivace, il poeta comincia a perfezionare e personalizzare il proprio stile poetico e nel «torbido» della Senna, scriverà di essersi «rimescolato» e «conosciuto».

Nel 1914 spirano venti di guerra sul continente, e Ungaretti si trasferisce nella sua patria naturale, l’Italia. Vive a Milano per qualche anno, conosce il direttore dell’Avanti e futuro Duce Benito Mussolini e, un anno più tardi, si getta nella Grande Guerra come volontario della prima ora. In trincea, fra il fango e il sibilare dei proiettili, comincia a scrivere un taccuino di poesie che verrà stampato dall‘amico Ettore Serra con il titolo de Il porto sepolto: il riferimento è al porto sommerso della sua città natale, Alessandria d’Egitto. Sempre al fronte, vicino a Udine, Ungaretti scriverà una delle sue poesie più brevi e celebri: Mattina.

A guerra conclusa, nel silenzio dei campi di battaglia, Ungaretti decide di restare in Italia lavorando come corrispondente a Il Popolo d’Italia di Mussolini, conosce la donna che per quasi trent’anni sarà sua moglie, Jeanne Dupoix. Intanto, la piazza di Mussolini, da platea di lettori borghesi diventa folla tumultuante: inizia il fascismo e nel 1925 Ungaretti, come moltissimi  colleghi, firmerà il Manifesto degli intellettuali fascisti. Due anni prima era stato Mussolini in persona, ancora reduce dalla vittoriosa Marcia su Roma, a firmare la prefazione alla riedizione della prima raccolta del poeta, Il porto sepolto. Sono anni di profondi cambiamenti quelli vissuti a Roma, ma Ungaretti non può inserire un altro fiume, il Tevere, fra i fiumi della sua vita solo perché il tempo giovanile del Carso è ormai trascorso e la poesia I fiumi riposa ormai vent’anni alle sue spalle.

Qualche anno dopo, quasi in concomitanza con la firma dei Patti Lateranensi, Ungaretti si converte al Cattolicesimo, maturando i versi che andranno a comporre Sentimento del Tempo, la sua terza raccolta poetica edita nel 1933, anno in cui il poeta raggiunge il culmine della fama in Italia. Proprio in questo frangente, nel momento di massimo successo, decide di lasciare per qualche tempo il Bel Paese, accettando la cattedra di letteratura italiana a San Paolo, in Brasile, terra del Rio delle Amazzoni. La decisione di trasferirsi oltreoceano con tutta la famiglia sarà motivo di forti rimorsi per il poeta, in quanto nel 1939, alla vigilia del secondo conflitto mondiale, il figlio Antonietto sarebbe morto a soli nove anni a causa di una appendicite mal curata. Questo ultimo lutto spingerà il poeta a tornare in Italia, terra dilaniata dalla guerra e sull’orlo di una sanguinosa guerra civile destinata a durare per anni. Benché Ungaretti non si riconosca più nel regime fascista, viene comunque sospeso dall’insegnamento fino al febbraio del 1947 a causa delle sue precedenti affinità al fascismo.

Poi arriva il tempo della Liberazione, di De Gasperi e del boom economico. Nel mezzo del «miracolo economico» Ungaretti subisce un secondo devastante lutto: muore la compagna di una vita, la moglie Jeanne. Giuseppe ha i capelli bianchi, ma trova il modo di ricominciare daccapo: con grande scandalo intreccia una relazione con la giovanissima italo–brasiliana Bruna Bianco. Tenta di inseguire il mondo nuovo andando in televisione, declamando Omero agli italiani raccolti di fronte alla RAI.

Infine, nel 1969, un anno prima di morire, Ungaretti vedrà pubblicata la raccolta definitiva delle sue poesie: Vita d’un uomoLa vita di un collezionista di fiumi.

Questi sono i miei fiumi contati nell’Isonzo.

Fabio Gusella per MIfacciodiCultura

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