#EtinArcadiaEgo – La fine di “Interview”: la rivista di Warhol chiude per debiti

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InterviewForse è un’esagerazione, ma per molti esperti di settore stiamo vivendo in diretta la seconda morte di Andy Warhol. L’immortale paladino della pop art ha lasciato questo mondo ormai dal 1987, per colpa di una maledetta malattia alla cistifellea che si portò via anzitempo uno dei pilastri del Novecento. Una parte del suo lavoro aveva però continuato a vivere attraverso Interview, la rivista da lui fondata, ma che sembra ormai giunta al termine del suo percorso. Le pagine del The Guardian ne hanno infatti annunciato la prossima chiusura a causa di un alto numero di debiti interni, unito allo scandalo sessuale che ha colpito lo stylist Karl Templer, direttore creativo della rivista.

Interview è passata alla storia come una delle prime riviste focalizzate sul culto delle celebrità, che apparivano su copertine coloratissime e con vari ritocchi volti ad elevarli a semidei. Lontane anni luce dalle bischerate da novella duemila che spopolarono negli anni ’90, le pagine di Interview erano più vicine a racconti di mitologia arcaica: come nuovi Eracle, le star venivano raffigurate con le loro passioni e debolezze, in folli interviste informali condotte da Warhol.

Interview

Un po’ Omero un po’ Jep Gambardella, il Warhol giornalista, che credeva nel popular come oggetto d’arte spiegabile soltanto con caratteri e motivi non convenzionali, amava mostrare artisti, fotografi, attori sotto le stelle luci psichedeliche. Così la chiacchierata con Salvador Dalì si sviluppò in un’approfondita descrizione del suo divano, mentre John Lennon parlò di una volta in cui aveva creduto di vedere un ufo fuori dalla finestra del suo appartamento newyorchese (cosa che non stentiamo a credere visto il consumo di marijuana dei ragazzi della Liverpool borghese). Spesso e volentieri lasciate sotto forma di un racconto-divagazione, le interviste di Warhol venivano ad essere essenzialmente fine a se stesse: l’obiettivo era quello di mostrare le star come personaggi fuori dall’ordinario, mitologici appunto, immersi nelle loro vite stravaganti ma colpito anche da lutti e dolori. Commovente in questo senso il racconto di David Bowie, che parlò della grave malattia del fratello.

I racconti delle stravaganti quotidianità delle star, abilmente intrecciati da Warhol, non subivano pressoché mai un lavoro di editing successivo, facendo di Interview un unicum in campo giornalistico. La sua dimensione innovativa ne fece anche un fertile campo per futuri grandi fotografi come Herb Ritts, Matthew Rolston e Bruce Weber.

InterviewIl declino della rivista iniziò quando la spinta di Warhol venne a mancare, e la decisione del direttore Bob Coltello fu di spostarsi in più battute acque convenzionali. L’effetto però fu quello opposto: Interview perse la sua spinta stravagante che l’aveva resa un vero caso, e pian piano seguì la semplice massa di riviste di spettacolo, perdendo appeal e scontrandosi in questi ultimi anni con la crisi delle riviste dovuta all’avvento dell’informazione digitale. Nel 1989, a due anni dalla morte di Andy Warhol, il miliardario e collezionista Peter Brant comprò la rivista, incanalandola definitivamente su binari morti.

La chiusura dei battenti era nell’aria ormai da mesi: sommersa da una montagna di debiti, la redazione di Interview era stata costretta a spostarsi dalla storica sede di Soho per il mancato pagamento dell’affitto, e i dipendenti avevano iniziato a confermare su Twitter la prossima fine dell’epopea di Interview. La pietra tombale sarà messa a breve, decretando una fine degna del pensiero di Warhol, secondo l’effimero potere della fama e il destino di crollo che incombe su chi riesce ad elevarsi.

Luca Mombellardo per MIfacciodiCultura

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