“Dreamers”: sogni e speranze di ieri in una mostra riuscita a metà

0 508

Il 5 maggio scorso, è stata inaugurata, presso il Museo di Roma in Trastevere, la mostra Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo. L’esposizione, quasi totalmente fotografica, è nata da una iniziativa di Riccardo Luna, presidente dell’Agi, e ha coinvolto numerose agenzie giornalistiche, andando a compiere un interessante lavoro di ricerca nei rispettivi archivi storici.

Il percorso si articola in una passeggiata circolare attorno ad un chiostro, per poi svilupparsi in altri quattro ambienti chiusi e distinti. Il racconto dell’esposizione comincia con alcuni collage fotografici, allestiti su pannelli appesi alle pareti. Quello che però balza inevitabilmente agli occhi è sicuramente una distonia, molto evidente, tra le bellissime immagini presentate e le intelaiature che le ospitano. Questa mancata armonia tra oggetto del discorso e cornice rileva una certa lacuna nella scelta estetica della costruzione degli ambienti che accolgono gli elementi della mostra. In Dreamers sembrano mancare infatti, più che i contenuti, di cui si percepisce distintamente il valore, l’attenzione per la tessitura di un contenitore attraente, verosimilmente capace di catturare l’attenzione e al contempo di valorizzarne i messaggi. È l’allestimento in particolare a lasciare più di qualche perplessità: i cartelloni appesi alle pareti hanno una grafica marchiana e ricordano poco l’idea di esposizione e molto quella di laboratorio scolastico.

Nonostante ciò, c’è da dire che questo lavoro dimostra di avere un cuore e soprattutto un’idea alle spalle. Come afferma lo stesso Riccardo Luna «Dreamers non è una mostra sul passato, ma sul futuro. È un racconto incentrato sull’anno in cui non si aveva paura di immaginare un mondo migliore». Più probabilmente, però, le nobili speranze e la volontà che ne hanno dapprincipio ispirato la realizzazione e animato l’intervento degli organizzatori, non hanno trovato, in seguito, il giusto sbocco nella prassi ed avrebbero meritato una soluzione realizzativa di ben altro connotato e spessore. Niente di quello che si vede è in grado di coinvolgere a tal punto da produrre quel senso di fusione opera-spettatore tale, da creare una vera experience: quella sensazione di immersione nell’ambiente-mostra, che accorcia la distanza tra chi osserva e quanto esposto. Eppure il materiale su cui si è operato è di prima qualità. Gli scatti appesi ai muri, sono a dir poco meravigliosi: i contributi apportati dalla crème delle agenzie italiane ed internazionali, come Roiter, Associated Press, AGF e AFP, solo per citarne alcune, hanno permesso di inquadrare a pieno l’essenza del periodo, delineandone il profilo e catturando – almeno momentaneamente – lo sguardo dei visitatori.

Dal maggio francese ai grandi della musica, dalla Dolce Vita fino alle imprese sportive, gli argomenti per fare di Dreamers una mostra ricca e coinvolgente non sarebbero mancati. Il Sessantotto, infatti, si colloca come uno dei momenti chiave, per i significati e le conseguenze storiche che certe lotte sociali hanno saputo veicolare e produrre. «Erano gli anni in cui imporre un’ideologia sembrava lo strumento più semplice per controllare l’evoluzione della complessità» – ha dichiarato il presidente del Censis Giuseppe de Rita – «I sessantottini si provarono in quest’opera, tuttavia senza mai riuscirvi».

Numerosi i volti che hanno segnato la storia di quegli anni, nel racconto fotografico scoperto nei cassetti della memoria, da Martin Luter King a Pier Paolo Pasolini, che si schiera dalla parte dei poliziotti stigmatizzando il borghesismo degli studenti il giorno dopo gli scontri di Valle Giulia. Poi ancora Vittorio Gassman, Federico Fellini e le leggende della musica dai Rolling Stones ad Adriano Celentano. Immagini che richiamano a una bellezza forse perduta, ma anche questo racconto si perde inesorabilmente perché interrotto bruscamente, dal rapido itinerario realizzato, lasciandoci addosso un velato senso di incompiuto. È proprio questa mancanza di un continuum narrativo e una contestuale impostazione troppo didattica, a rischiare in qualche modo di livellarne i potenziali slanci emotivi, spenti da una narrazione troppo spesso didascalica. La vera questione risiede quindi nel dubbio di aver costruito una mostra capace di raccontare il sessantotto solo a chi lo ha già vissuto, tagliando conseguente fuori dalla comprensione – più che dalla narrazione – il pubblico più giovane. E così, appena s’inizia a sentire il profumo di magia e di coinvolgimento emotivo, ecco che si passa a un altro argomento, e tutto in un momento, si spegne e si deflagra sotto i colpi di un esperimento più nozionistico-narrativo che non esperienziale.

Visitare Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo, quindi, è stato come andare a cena in un buon ristorante e assaggiare solo l’antipasto. Peccato. Perché conosciamo il valore, l’entusiasmo e la profondità di pensiero di Riccardo Luna, già direttore di Wired e poi dell’AGI. Peccato, perché il tema meritava forse un’analisi meno retorica, un’indagine più profonda, una scansione delle cause, del pensiero, capaci di costruire un canale di comunicazione diretta con la componente più emotiva di ciascuno di noi.

Ma soprattutto – e lo riscriviamo di nuovo – peccato, perché chi ha pensato alla mostra l’ha involontariamente svuotata del suo più grande valore, quello di innescare all’interno del visitatore tutta una serie di riflessioni che, senza la lettura del catalogo, sono purtroppo destinate a rimanere nelle stanze chiuse all’interno della quali sono state partorite.

Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo
A cura di AGI Agenzia Italia
Museo di Roma in Trastevere, Roma
Dal 5 maggio al 2 settembre 2018

Stefano Mauro per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.