L’Italia è una Repubblica fondata sulla flessibilità

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Quando i rami di un albero vengono piegati dal vento, dopo un po’ essi riescono a tornare nella posizione di partenza. Flessibilità indica, appunto, la capacità dell’albero di resistere, e di ripristinare la propria forma. Idealmente il comportamento umano dovrebbe avere le stesse caratteristiche: sapersi adattare alle circostanze, senza per questo farsi spezzare. La flessibilità in ambito lavorativo è un concetto che compare più volte sul nuovo Libro bianco del lavoro, presentato il 16 maggio a Milano, dal Presidente di Assolombarda Carlo Bonomi. Ad oggi, l’associazione degli industriali della Lombardia, per dimensioni e rappresentatività, costituisce il gruppo più influente di tutto il sistema Confindustria. Questo white paper, con cui di solito si indica un rapporto ufficiale su un determinato argomento, avanza proposte che riguardano l’evoluzione del mondo del lavoro da qui ai prossimi 12 anni. Prospetta, tra le altre cose, il superamento dell’orario di lavoro e una maggiore flessibilità sui contratti.

Secondo il Presidente Bonomi, la chiave per sbloccare la disoccupazione italiana sarebbe quella di «partire cambiando il concetto di lavoro, per far sì che esso diventi sempre più un soggetto permeabile al mondo esterno». Assolombarda però avverte: «flessibilità non significa affatto né precarietà né insicurezza, ma vuol dire concepire un modo di lavorare che fa fronte alle evoluzioni di un mondo che cambia, senza rigidità anti-storiche intollerabili per aziende flessibili». Siamo dunque davanti ad una ridefinizione totale del concetto di stabilità: la nuova organizzazione dell’impiego prevederà, in futuro, mansioni mutevoli e carriere discontinue. Superato quindi il contratto a tempo indeterminato: troppo antico, troppo rigido, non più in linea con le esigenze della nuova economia digitale. Piuttosto, le imprese faranno sempre più affidamento su professionisti esterni [i cosiddetti Freelancer] che collaboreranno in modo autonomo senza un vero rapporto di dipendenza. La crescita di questi rapporti di tipo temporaneo, più dinamici, che non individuano il loro valore nella durata del contratto, bensì nel contenuto stesso della prestazione, apre risvolti fino a questo momento impensabili.

L’idea dell’ora-lavoro è ormai scardinata. Ad un’analisi approssimativa, i nuovi rapporti di potere tra dipendenti e capi possono essere diventati semplicemente più “leggeri”. Essendo esercitati, in questo modo, senza dichiarazioni esplicite di autorità [incoraggiando “l’affermazione personale”, cito il Libro] in realtà sostituiscono l’incertezza alla stabilità. Ciò mina dall’interno il senso di cooperazione negli ambiti lavorativi, indebolendo i legami di fiducia e l’integrità della persona.

Ci invitano a immaginare che essere aperti al cambiamento, sia una qualità indispensabile per agire liberamente. Ma la capacità di cambiare continuamente lavoro non rende migliore la nostra vita, se ci si limita alla pura e semplice subordinazione a nuove mansioni esecutive. Smantellando completamente le strutture gerarchiche del lavoro, si ha sempre più la sensazione di non riuscire a diventare qualcuno nel mondo, perché non si intravedono più posizioni ben definite a cui ambire. E soprattutto, legando il salario alla prestazione, ci si sente costantemente sotto giudizio, poiché non ci sono più criteri oggettivi che permettono di capire se si sta facendo o meno un buon lavoro. La grande conquista delle battaglie dei lavoratori dell’ultimo secolo era stata proprio il superamento del “cottimo”, per cui se una compagnia faceva profitti che dipendevano dai suoi lavoratori, essa aveva degli obblighi verso di essi, come dare loro un contratto e una serie di diritti. Ora tutto questo sta saltando.

La cosiddetta Gig economy, nata sulle spalle della grande recessione del 2007-2008, ha promosso l’apertura di molte aziende che hanno fatto della “flessibilità del lavoro” il loro manifesto. La stessa “flessibilità” con cui s’ingaggiano i propri collaboratori spacciandoli per professionisti autonomi, a cui quindi non viene concessa nessuna garanzia in termini di pensioni, salario minimo, ferie pagate. AirBnb, Foodora, Uber, Deliveroo, sono solo pochi dei nomi delle aziende che hanno incrementato propri capitali, in soli 6 anni, da poche migliaia di dollari ad un fatturato di più di 70 miliardi.

Siamo davanti ad un nuovo feudalesimo: per poco più di 4€ a consegna, i dipendenti di queste grandi aziende sono esposti ad ogni tipo di rischio, e, poiché da esso dipende il salario, costretti a mantenere alto il proprio livello di ranking sulla piattaforma tramite “buone recensioni”. Come se, nella nuova e grande economia digitale, ad oggi fossero messe in vendita non più le merci, ma i lavoratori con più stelle ricevute.

Cosa è successo quindi al lavoro? È ricomparsa la legittimità che sia giusto pagare soltanto l’incarico che si svolge, sotto il grande ricatto dell’impiego indipendente.

Ma allora cos’è questa flessibilità?

Si cerca di vendere questo concetto spacciandolo come qualcosa di simile alla resistenza elastica di un albero. Ma l’albero, per resistere ai mutamenti esterni, sfrutta la stabilità del suo tronco, e delle sue radici. Gli individui, invece, senza più certezze sul futuro, somigliano più a dei rami in movimento che non poggiano su basi solide, e il rischio che possano spezzarsi sotto la forza del cambiamento diventa sempre più attuale e preoccupante.

Isabella D’Addeo per MIfacciodiCultura

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