Boris Pasternak e il tragico caso de “Il dottor Živago”

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Il nome di Boris Pasternak (Mosca, 10 febbraio 1890 – Peredelkino, 30 maggio 1960) è legato indissolubilmente al romanzo che gli valse il premio Nobel ma anche tante traversie, Il dottor Živago.

Eppure molti non sanno che Pasternak, prima di dedicarsi a questo romanzo in prosa, era già celebre poeta: fu protagonista della scena poetica russa degli anni ’20 e ’30 insieme agli amici Anna Achmatova, Marina Cvetaeva e Osip Mandel’štam, con cui condivise non solo un sodalizio artistico ma anche il destino segnato dalle dure repressioni del regime stalinista. I temi che tratta sono quelli che si ritroveranno anche nel famoso romanzo: lo sguardo di Pasternak osserva la contemporaneità senza però partecipare del nuovo mondo, i suoi valori sono quelli della vecchia Russia uniti allo slancio per la vita e la fascinazione per la natura.

Con le raccolte Mia sorella la vita (Sestrà moja zizn’, 1922) e Temi e variazioni (Temy i variacii, 1923) inizia ad essere pubblicato su importanti riviste europee e il suo nome inizia ad essere conosciuto anche al di fuori della Russia.
È però a Mosca che hanno inizio le vicende che costituiscono l’affaire Pasternak, caso editoriale tra i più affascinanti della scena italiana. Sì, italiana: è Feltrinelli il primo editore a pubblicare Il dottor Živago nel 1957 in lingua italiana. Ma andiamo con ordine.

Pasternak lavora al Dottor Živago già da un decennio quando nell’URSS del ’56 iniziano i primi segni di distensione del “disgelo” operato da Cruščev, segretario del PCUS dal 1953, che denuncia i crimini commessi da Stalin nella Grande Purga: in questo clima, l’autore propose la pubblicazione del romanzo alla rivista Novyj Mir. Fu proprio questa notizia che Sergio D’Angelo, talent scout per Feltrinelli in Unione Sovietica, captò durante il suo lavoro di redattore a Radio Mosca: comprese subito l’importanza dell’occasione presentatasi, poiché all’epoca non c’era una vera e propria regolamentazione sul diritto d’autore in caso di traduzione e gli autori russi, dopo la prima pubblicazione in patria, non erano protetti dal copyright. Feltrinelli entrò allora in contatto con l’autore ma in nemmeno due mesi nacquero i primi problemi: nessuno in Russia voleva pubblicare il romanzo e ancora meno il PCUS voleva che uno scritto del genere varcasse i confini dell’URSS.
Ma perché questa ostruzione? In fondo non c’è alcuna propaganda antisovietica ne Il dottor Živago. C’è però qualcosa di peggiore agli occhi del partito: Boris Pasternak non è antisovietico ma è a-sovietico, non si sente parte del mondo sovietico, guarda al quotidiano e alla tradizione della vecchia Russia, anche nel modo di sentire e di raccontare. Punto dolente particolare è il racconto della Rivoluzione d’ottobre, presentata, quasi smascherata, come sanguinosa guerra civile.

La redazione di Novyj Mir, ben consapevole di non poter pubblicare il romanzo, temporeggiò, proponendo una pubblicazione edulcorata, con qualche stralcio e adattamento, che naturalmente Pasternak rifiutò. Feltrinelli prese allora in contropiede l’intero establishment russo: riuscì a far uscire dal paese il manoscritto che fece immediatamente tradurre, mantenendosi in contatto con l’autore attraverso delle lettere, e infine pubblicandolo nel 1957. I sovietici ne furono spiazzati: sapevano che l’editore era iscritto al PCI e pensavano di potere esercitare le giuste pressioni per riottenere il manoscritto; non un pamphlet, ma un romanzo, stava mettendo in scacco l’Unione Sovietica.

Boris Pasternak con Olga Ivinskaja

Come dirà poi Togliatti nel 1962, se il partito non avesse tentato di impedire la pubblicazione del Dottor Živago non ci sarebbe stato un tale caso mediatico e forse il romanzo sarebbe passato sotto silenzio.

Ad aggravare la posizione di Pasternak si aggiunse anche il conferimento del Premio Nobel nel 1958: negli anni della Guerra Fredda questo costituiva una grave provocazione per l’Unione sovietica e così l’autore non poté mai ritirare il premio (cosa che farà per lui il figlio nel 1989). Pasternak subì una violenta campagna di stampa fin dalla pubblicazione del romanzo, che con la vittoria del premio mutò di bersaglio: le sue colpe vennero scaricate sull’amante Olga Ivinskaja, che pagò per lui con la carcerazione alla Lubjanka, la deportazione in un campo di lavoro forzato e, dopo la morte dello scrittore, il disprezzo della famiglia.

Ma le parole di Boris Pasternak non morirono con lui, sono rimaste fertili gemme nel terreno degli scrittori russi e hanno costituito il primo momento di quello che sarà il dissenso culturale al regime.

Quanto coraggio ci vuole per recitare nei secoli, come recitano i burroni, come recita il fiume.

Chiara Buratti per MIfacciodiCultura

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