Liliana Segre alla Statale di Milano: una testimonianza di vita che vince

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Liliana Segre è nata il 10 settembre 1930 a Milano in una famiglia di origine ebrea. Era una bambina quando scoppiò la seconda guerra mondiale. Era una bambina che fu costretta ad abbandonare la scuola, quando i dettami fascisti di Mussolini invasero il Paese, portando a persecuzioni crudeli per avvicinamento alle scelte naziste. Era una bambina quando vide le sue abitudini di vita cambiare nel nome di un fenomeno che all’epoca non era in grado di comprendere.

Liliana da bambina, col padre Alberto

Liliana Segre perse suo padre Alberto nei campi di concentramento, l’unico affetto famigliare che le era rimasto, dato che sua madre Lucia morì quando aveva soltanto un anno e i suoi nonni paterni, gravemente ammalati, che avevano sempre vissuto con lei a Milano, vennero deportati anch’essi e uccisi con l’inganno. La separazione definitiva, sofferta e assurda da suo padre segnò per Liliana la necessità di dover acquisire una nuova consapevolezza, quanto mai difficile per una ragazzina di tredici anni – perché aveva solo quell’età nel momento in cui fu portata al campo di Birkenau, per la sola colpa di essere nata, la sola colpa di provenire da famiglia ebrea -, ovvero il fatto che il Male, quello con la lettera maiuscola, incarnato in una guerra, in una prigione, in un fenomeno inimmaginabile che sia, non guarda in faccia nessuno né la storia di nessuno. Davanti ad esso si è tutti uguali, come tutti uguali erano i deportati davanti alle guardie tedesche, nei pressi delle camere a gas o nei forni crematori. Individui nudi, spogliati di ogni oggetto e di ogni dignità. Chissà se avevano il coraggio di chiamarli comunque uomini, quelli. Ma da quale delle due parti vi era un uomo?

Liliana col Presidente Mattarella

Liliana Segre ha incominciato il suo discorso di fronte alla platea di studenti e di docenti dell’Università degli Studi di Milano dicendo di sentirsi in quel momento una nonna ipotetica che racconta la sua vicenda ai suoi nipoti ideali. Ha chiesto di porci in ascolto e di seguire attentamente il suo racconto, e non per banale protagonismo – di certo non ne aveva bisogno – ma per arrivare a comprendere un fenomeno più ampio, per avere testimonianza diretta e preziosa di un pezzo di Storia, per quanto dolorosa sia. Auschwitz e tutti i campi di concentramento o di lavoro forzato sono stati una parte del Novecento, che non si può rimuovere ormai. La funzione della Memoria collettiva entra in gioco proprio qui: l’essere testimoni in prima linea della Shoa, come la Segre, e l’essere ascoltatori attenti e critici di questo dramma è ciò che ci fa pensare che la Vita ha vinto comunque. È questa, infatti, la più grande eredità che la senatrice continua a raccontare, è questo il messaggio di verità che trasmette con le sue lezioni, con i suoi progetti. La deportazione ovviamente l’ha segnata per sempre, facendole subire costrizioni fisiche e punizioni che mai avrebbe potuto immaginare esistessero, per di più a soli tredici anni. Eppure, non c’era via di scampo in quel luogo. Con una forza incredibile e una capacità di sopportazione che purtroppo fu reale, Liliana è rimasta una delle poche vittime italiane ad essere sopravvissute, e alla fine degli anni Quaranta riuscì a tornare alle proprie origini, cercando di ricominciare la propria vita. Nel suo discorso fa intuire che non è stato affatto semplice, perché l’esperienza della deportazione aveva annullato qualunque idea di vita normale. Ma vi sono state fortuna, forza, tenacia anche in questo caso, per ricominciare finalmente.

Standing ovation alla Statale per Liliana Segre

L’Aula Magna della Statale Liliana Segre la conquista definitivamente, non senza commozione e brivido sulla pelle per le sue parole toccanti, quando racconta quale fosse stato un momento decisivo vissuto nel campo, che le cambiò la vita, o almeno la sua prospettiva: «Non ho raccolto quella pistola e da quel momento sono stata quella donna libera e quella donna di pace che sono anche adesso». Avrebbe potuto prendere in mano quella pistola e sparare un colpo a quel soldato assassino che aveva mandato a morte centinaia di innocenti. Quel soldato che ora era costretto a spogliarsi e ad umiliarsi dinanzi ai russi e agli americani che erano giunti. Avrebbe potuto vendicarsi. Ma scelse di non farlo, nel nome di un’umiliazione terribile che aveva subito in prima persona e che capì nessun altro avrebbe mai dovuto meritarsi in virtù della propria dignità di essere umani, esseri pensanti e liberi, appunto. È stato in quel momento che la piccola Liliana ha scelto la Vita, ha scelto di essere una donna, e quindi un essere umano.

[La memoria al presente. La Statale incontra Liliana Segre è stato un evento organizzato nel nome del Progetto Promemoria Auschwitz, un’esperienza formativa che trenta studenti iscritti alla Statale di Milano hanno potuto vivere grazie alle associazioni Deina e Il Razzismo è una brutta storia, non solo attraverso l’approfondimento teorico delle persecuzioni e degli stermini, ma potendo vedere con i propri occhi i luoghi della Memoria, grazie alla proposta del viaggio in treno a Cracovia].

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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