Lezioni d’Arte – Nell’inferno illustrato di Gustave Doré

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Minosse, Canto V, Inferno

Sono centotrentacinque, più una che ritrae Dante Alighieri, le incisioni di Gustave Doré (Strasburgo,1832 – Parigi,1883) che illustrano la Divina Commedia. Ebbero un grandissimo successo, pubblicate tra il 1861-68, perché pur accompagnando la già nota opera letteraria possono considerarsi un microcosmo a parte. Una delle stagioni più entusiasmanti dell’arte francese è stata quella dell’incisione a metà dell’Ottocento, un intermezzo tra Romanticismo e Impressionismo, quando si affina una tecnica artistica che permetteva di indagare la natura, il paesaggio e la vita quotidiana attraverso i tratti netti calcati dalla mano dell’artista. Diverse tecniche grafiche in base alle soluzioni e i temi trattati, manifestano la vivacità di quel momento, per molti artisti fondamentale come base di partenza per la propria indagine artistica.

I francesi erano già stati forti con le vignette romantiche ma l’ilarità del soggetto non aveva permesso una seria diffusione dello stile. Con lo sviluppo della stampa non tardarono ad arrivare i libri illustrati, dal tema sia sacro che letterario, libri già noti e diffusi ad un vasto pubblico, ed è da questo momento che l’incisione si lega indissolubilmente alla decorazione del libro.

Paolo e Francesca, Canto V, Inferno

L’immagine commentava il testo, serviva ad imprimervi meglio il significato nel lettore. Riviste e case editrici appoggiavano le iniziative degli incisori francesi che diventavano dei veri e propri professionisti del settore. Ogni artista sviluppa uno stile proprio, esprimendosi attraverso le linee, che si fanno adesso interrotte, adesso intrecciate, poi marcate per ottenere le ombre e le mezze tinte di scuri. Doré ha un tratto ben riconoscibile, crea paesaggi infernali inediti in cui anche gli alberi e le foglie sembrano avere un’anima e partecipare alla drammaticità del luogo. Hanno radici come artigli di rapaci pronti a mostrarci il pericolo. La sua “selva oscura” è un luogo intricato, mai toccato dalla luce, in cui Dante fa fatica a trovare la strada e a muoversi, imprigionato nel groviglio selvaggio. Doré riesce a mostrare con i suoi tratti quella forte plasticità dei corpi che solo Michelangelo era stato in grado di ricreare così abilmente. Il suo Minosse, è un imponente giudice dei dannati, illustrato nella tipica posizione sdraiata di una divinità, che afferra con estremo realismo la coda di serpente che attanaglia il suo corpo. Ogni tratto delle linee che si intrecciano evidenzia i muscoli delle spalle creando un capolavoro assoluto.

Dante e Virgilio,1861

Lo stesso vale per le anime dei due amanti, Paolo e Francesca, raffigurati in volo stretti in un unico corpo. Il loro manto ci dà l’impressione del vento in tempesta che impetuoso li disturberà per tutta la vita ma non gli impedisce di rimanere uniti anche dopo la morte. Al centro del petto di Francesca, il cui corpo è più chiaro, salta all’occhio la ferita ancora sgorgante di sangue per indicarci la violenta morte che li ha colpiti. Da questa incisione l’artista ne ha prodotto anche un quadro, a colori. Non è l’unico caso, dall’immaginario della Divina Commedia illustrata, Doré crea anche un altro quadro che espone al Salon del 1861 in cui Dante e Virgilio camminano con cautela fra le anime dei dannati che si aggrovigliano e disperano.

I loro corpi voluminosi e nudi emergono dalle discrepanze del terreno e ancora una volta ci ricordano i dannati del Giudizio Universale della Sistina che non accettando il loro destino, imperterriti, si accavallano l’uno sul l’altro per tentare la risalita.

Alejandra Schettino per MIfacciodiCultura 

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