I Grandi Classici – “Il Maestro e Margherita”, la ferocia sociale nella satira di Bulgakov

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Per noi, la simpatia va sempre al Diavolo, non tanto e non solo perché con gli anni ci siam trasformati da beatlesiani a rollingesi, quanto perché se accettiamo che l’Inferno S.p.A. ha come core business il fatto di punire i cattivi, ciò significa che sta dalla parte dei buoni, n’est pas? Ma chissà, magari è solo bisiniss. «Ma allora chi sei tu, insomma? Sono una parte di quella forza che eternamente vuole il male ed eternamente compie il bene», ovvero? Le strade per l’inferno sono lastricate di buone intenzioni, o sono quelle per il paradiso ad esserlo di malvagie? Naturalmente non si sta parlando del Faust di Goethe, bensì dell’opera forse maggiormente ispirata da questo, tanto che l’autore viene citato in epigrafe, ossia Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov.

Ritratto di Michail Bulgakov

Indubbiamente si tratta di un’opera misteriosa, che ha dato adito a torme di interpretazioni: fino, fortunatamente, a sciogliere i nodi gordiani e a dipanare i fili di una trama articolata e complessa, che si muove su piani diversi. Il romanzo vide una prima stesura  nel 1928 e andò avanti fino al 1940, anno in cui Bulgakov morì. L’ultima stesura vide però l’apporto della moglie, che con le sue modifiche fece pubblicare l’opera nel 1966 in forma completa in Germania e nel 1973 in Unione Sovietica. Tale laocoontica nascita trova conferma nella trama: da un lato, c’è una Mosca degli anni ’30 nella quale si intrecciano le storie di uno scrittore e drammaturgo, il Maestro, che si muove tra le persecuzioni politiche da parte delle autorità sovietiche e la storia d’amore con Margherita Nikolaevna; dall’altra parte c’è il Diavolo, che nei panni di tale Woland, misterioso professore esperto di magia che si trova in visita a Mosca accompagnato da tutta una Corte dei Miracoli (su cui spicca il gatto Behemot), semina lo scompiglio nella capitale. Il secondo intreccio vede dipanarsi la storia di Gesù e Ponzio Pilato, sia come narrazione diretta che come soggetto del romanzo del Maestro.

La locandina del film

Su un impianto del genere, ruotano diversità di toni e stili, che vanno dal grottesco al tragicomico, dal romantico-sentimentale al drammatico, e “blocchi” di personaggi dai temperamenti e dalle personalità eterogenei: i russi, Woland e i suoi accoliti, i personaggi del romanzo del Maestro, ovvero quelli storici e quelli presunti tali della Gerusalemme di Gesù Cristo. Il tutto è sorretto da una scrittura estremamente “russa”, sulla quale (anche favorita dalla tematica mistico-magica) spicca la consueta tendenza alla magia della parola, evidente nell’uso del patronimico ripetuto come una sorta di ecolalia, ed una pletora di livelli di lettura/tematiche. Dalla relazione complessa tra Gerusalemme e Mosca, a volte polifonica a volte in contrappunto, alla commedia quasi noir ma tendente al grottesco che gioca con lo stupefacente, con elementi magici di ferocia. Viene descritta un’intellighenzia elitario-culturale composta da poeti mediocri, da critici meschini, finti intellettuali pomposi, ipocriti e gaudenti all’allegoria mistico-religiosa, Bildungsroman è incentrato sulla figura di Ivan Bezdomnyj diventato discepolo del Maestro da mediocre scrittore quale inizialmente era; le altre tematiche portanti dell’intera opera, di influenza faustiana, sono amore, tradimento, curiosità e redenzione. Tutto questo, orchestrato in maniera stupefacente, rende Il Maestro e Margherita un’opera che per originalità trova difficilmente degli antagonisti.

Montale definì il romanzo «un miracolo che ognuno deve salutare con commozione»Il Maestro e Margherita ha ispirato riduzioni cinematografiche come quella del 1972 interpretata da Ugo Tognazzi e altrettante riproduzioni teatrali (ricordiamo l’opera rock di Aleksandr Gradskij). Ha inoltre dato spunto ai Rolling Stones per Simpathy for the devil e a Salman Rushdie per I versetti satanici.

Ugo Tognazzi, il Maestro

Complesso come un labirinto, ma estremamente godibile, Il Maestro e Margherita andrebbe letto più volte per coglierne appieno le sfaccettature così che ogni lettore possa trovare l’aspetto che maggiormente lo attrae dal punto di vista intellettuale. «I manoscritti non bruciano» è una delle sentenze maggiormente citate del testo, pronunciata da Woland nei confronti del maestro e riferita al tentativo di questi di dare alle fiamme il proprio osteggiatissimo lavoro teatrale. Questa situazione riprende uno spunto autobiografico in quanto Bulgakov stesso bruciò la prima stesura in una stufa nel marzo del 1930, quando lo scrittore fu informato dell’imminente censura che sarebbe spettata alla sua opera dal contenuto considerato cabalistico.

Ma se il dare alle fiamme i libri è qualcosa che tematicamente interessa molto, topos classico delle distopie da Fahrenheit 451 a Equilibrium, e sebbene questa tematica sia di stringente attualità, nondimeno il massimo dell’interesse lo riveste l’aspetto satirico. L’occhio feroce e irridente illumina i difetti della società dell’Unione Sovietica e degli establishment culturali apolidi ed atemporali come l’occhio di bue illumina Woland ed i suoi accoliti sul palcoscenico del teatro. La meschinità, insegna Bulgakov, è una caratteristica connaturata all’uomo sociale: «L’insulto è la ricompensa abituale di un lavoro ben fatto». Basterebbe questa frase a sintetizzare l’intero romanzo.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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