Robert Capa e la sua vita «leggermente fuori fuoco»

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Nasceva il 22 ottobre 1913 Robert Capa, pseudonimo di Endre Ernő Friedmann, fotografo di origini ungheresi noto per aver documentato i conflitti bellici della prima metà del Novecento. Una mossa tanto buffa quanto riuscita, quella di cambiare identità:

Avevo un nome che non andava troppo bene. Non ero incosciente, soltanto un po’ più giovane. Non riuscivo ad ottenere un incarico. Avevo assolutamente bisogno di un nome nuovo… Robert suonava molto americano, e così doveva essere.

Il soldato spagnolo, 1936

Era la fine degli anni Trenta e, dopo aver lavorato come fotografo freelance in Germania e Francia, Capa documenta gli orrori della guerra civile spagnola.

Una fotografia scattata a Cordova nel 1936, che mostra un soldato colpito a morte dai franchisti, sancisce la sua fama internazionale. Nei 1943 prende parte allo sbarco alleato in Sicilia – con tanto di lancio da paracadute – e ne documenta gli sviluppi. I soldati anglo-americani, i siciliani e le piccole cittadine bombardate, come Troina, diventano soggetto dei suoi scatti. Con Capa l’immagine della guerra si fa profondamente umana: i suoi scatti vanno al di là del reportage in senso stretto. Le sue sono immagini semplici che ritraggono l’insensatezza dei conflitti, scatti simbolici come quello che vede il soldato americano accovacciato e il pastore ricurvo che gli indica la strada (Soldato e Contadino, 1943 – immagine di copertina). Capa arriva anche a Napoli, sempre a seguito delle truppe alleate, poco dopo le quattro giornate che hanno visto la città insorgere contro l’occupazione tedesca.

Robert Capa e la sua vita «leggermente fuori fuoco»
Robert Capa, Napoli, la popolazione in coda per l’acqua, 1943

Quando prende parte al D-Day, Robert Capa è un fotografo affermato già da una decina d’anni e collabora con la rivista Life. È l’alba del 6 giugno 1944 quando lo sbarco del contingente americano ad Omaha Beach, in Normandia, vede migliaia di soldati stipati nelle imbarcazioni, istruiti per l’invasione anfibia. Le immagini di Capa segneranno la storia. Sfortuna volle che di quel giorno rimanessero solo undici scatti: ci chiediamo, se il resto delle fotografie non fosse andato perduto, quale altra eredità avrebbe potuto lasciarci.

Unico nel suo genere, Robert Capa è considerato il padre del reportage fotografico di guerra. La sua opera è per certi versi simile, sia per modalità che per spirito, a quella di William Eugene Smith, fotografo documentarista statunitense anch’egli collaboratore di Life. Il lavoro – immenso, peraltro – di Smith si concentra però sulla guerra in quanto morte, distruzione e disperazione.

Capa rappresenta invece una sofferenza obbligata, della guerra coglie un punto di vista inedito che coinvolge la persona in tutta la sua umanità e dignità. I soggetti degli scatti sono testimoni di un’angoscia comune e condivisa. Robert Capa ritrae le emozioni della guerra vivendole in prima persona: «Capa – afferma Cornell Capa, fratello di Robert – ha dimostrato oltre ogni dubbio che la macchina fotografica non è un freddo oggetto meccanico. Come la penna, è potente come la persona che la usa. Può essere l’estensione della mente e del cuore».

Robert Capa, D-Day landing, 1944

Reduce dal secondo conflitto mondiale, nel 1947 fonda la Magnum Photos assieme a Henri Cartier-Bresson, David Seymout e George Rodger. Robert Capa morirà, colpito da una mina, il 25 maggio 1954 durante la Prima Guerra d’Indocina. Un fotografo impegnato in una vita, a suo stesso dire, «leggermente fuori fuoco»: ci piace pensare che, senza di lui, la storia del Novecento avrebbe mancato di certa profondità.

 Alice Pini per MIfacciodiCultura

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