Enrico Berlinguer: sangue sardo e animo rosso

Il 25 maggio 1922 nasceva a Sassari Enrico Berlinguer. Berlinguer fu Segretario generale del Partito Comunista Italiano dal 1972 al 1984, anno della sua prematura scomparsa.

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Il 25 maggio 1922 nasceva a Sassari Enrico Berlinguer. Berlinguer fu Segretario generale del Partito Comunista Italiano dal 1972 al 1984, anno della sua prematura scomparsa. I suoi 12 anni di mandato capitarono in un periodo decisivo per il futuro dell’Italia e del comunismo internazionale e in questi dodici anni Berlinguer mise in campo tutta l’esperienza e l’entusiasmo militante che aveva coltivato in gioventù.

Enrico Berlinguer
Enrico Berlinguer

Berlinguer manifesta fin da giovanissimo un grande interesse per la filosofia e la politica. Consegue la maturità classica, si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza a Sassari ma non riesce a terminare gli studi a causa dell’infiammarsi della Seconda Guerra Mondiale. Durante il conflitto Berlinguer si iscrisse al Partito comunista clandestino e partecipò alle proteste e alla Resistenza sarda, per protestare contro la mancanza di approvvigionamenti. L’isola infatti, durante la guerra, trascorse mesi durissimi, piegata dalla fame e dalla miseria, tagliata fuori da qualsiasi collegamento con la terraferma; con il Meridione occupato dagli alleati e il Nord nella morsa nazifascista.

In questi anni il giovane Enrico costruisce il suo bagaglio culturale e politico: un bagaglio carico di ispirazione gramsciana e di molti ideali, concetti ed elementi come democrazia, socialismo, uguaglianza sociale, pluralismo e anticapitalismo. Con queste armi Berlinguer seppe rivitalizzare la lotta del comunismo, che al tempo stazionava in una fase di stallo, distaccandosi dalle direttive della Mosca sovietica e ridipingendo l’immagine di un PCI autonomo.

Sotto il suo mandato il PCI entra a far parte del tessuto sociale italiano: supporta i giovani,gli universitari, gli operai e tutti i lavoratori, investe sul Meridione, dialoga con gli altri partiti comunisti europei dando vita al concetto di eurocomunismo, promette uno Stato onesto e vicino al popolo (in contrasto con i quarant’anni di governi democristiani corrotti e mafiosi).

Berlinguer aveva capito che il socialismo andava costruito sulla base della realtà storica a lui contemporanea, e non seguendo futili utopie. Per questo sosteneva che si dovesse costantemente cercare l’intesa con forze politiche affini e fondare insieme le basi per una «società socialista che corrisponda alle condizioni del nostro paese, che rispetti tutte le libertà sancite dalla Costituzione […], una società che rispetti tutte le libertà meno una: quella di sfruttare il lavoro di altri esseri umani, perchè questa libertà tutte le altre distrugge e rende vane».

Il leader comunista rappresentò l’appiglio per una larga porzione di società italiana che non si sentiva più rappresentata né dalla blanda social-democrazia, né dall’ormai sperso Partito Socialista; né tanto meno dalla Democrazia Cristiana: espressione di valori obsoleti, bigotti, moralisti, inadeguati e inquinati dalla corruzione. Con Berlinguer il PCI penetrò nei sindacati e nelle amministrazioni comunali diventando la vera e autentica sinistra italiana. La sinistra che faceva sentire vivi, che faceva sentire i suoi elettori parte di una collettività: un ingranaggio in una grande macchina attiva per creare un avvenire più giusto.

Con questo spirito il Berlinguer, che si alternava fra Roma e varie visite formali a Mosca, Sofia, Praga e Budapest, cavalcò gli anni Settanta affrontando sempre con rigore e coerenza ideologica eventi come il Golpe cileno del 1973, la crisi degli euromissili, gli anni di piombo, la fase del compromesso storico con l’assassinio di Aldo Moro, la crisi della FIAT, l’invasione sovietica dell’Afghanistan, il terremoto dell’Irpinia e la legge marziale in Polonia.

Il suo comunismo in salsa europea e occidentale lo porterà ad ottimi risultati alle elezioni regionali e amministrative del 1975 e alle politiche del 1976: anno in cui il PCI sfiorò il sorpasso nei confronti della DC e in cui il compromesso storico sembrava ormai prossimo a compiersi. Si parla comunque di altri tempi, in cui l’affluenza alle urne superava il 90% e i leader del momento erano Berlinguer e Aldo Moro; oggi il duetto fra Movimento Cinque Stelle-Lega coi rispettivi leader Di Maio e Salvini e un’affluenza del 70%, rappresenta un confronto impietoso.

I funerali di Enrico Berlinguer

In ogni caso Enrico Berlinguer fu (con indubbio merito) una grande calamita di consensi che portò la sinistra italiana ad uno dei momenti di maggiore splendore della sua tormentata storia. «Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona» recita Giorgio Gaber nel suo indimenticabile monologo. E forse era vero, ed è questo che manca da allora alla politica italiana: semplicemente una “brava persona”.

Nel giugno del 1984 infine, Berlinguer si trovava a Padova per un comizio, in vista delle elezioni europee. Mentre pronunciava il suo discorso fu colto da un malore, nonostante fosse visibilmente provato e nonostante il pubblico gli intimasse di fermarsi, Enrico proseguì imperterrito, portando a termine il suo ultimo eroico discorso: il suo ultimo canto di lotta. Berlinguer fu dichiarato morto l’11 giugno 1984 e il Presidente della Repubblica Sandro Pertini mise a disposizione l’aereo presidenziale per trasferire la salma a Roma; «Lo porto via come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta» commentò il Presidente prima di giungere a Roma per i funerali.

All’ultimo saluto a Berlinguer parteciparono circa un milione di persone, radunate in una Piazza San Giovanni colorata di rosso e animata da pugni chiusi alzati al cielo: un’immagine vivida, impressa nella memoria di ogni nostalgico di sinistra.

Francesco Carucci per MIfacciodiCultura

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