“Dancing with Myself” a Punta della Dogana: l’artista ricerca la sua identità

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È in corso a Venezia, presso i prestigiosi spazi di Punta della Dogana, la mostra Dancing with Myself, curata da Martin Bethenod e Florian Ebner. La François Pinault Collection, in collaborazione con il Museum Folkwang di Essen, ha dato vita ad un percorso di oltre 140 opere, realizzate da 32 autori, il cui tema centrale è l’autoritratto e la ricerca dell’identità della figura dell’artista.

Dancing with Myself è una mostra che esplora l’universo di ognuno di loro, del rapporto che essi hanno con se stessi e del ruolo che ricoprono all’interno della loro produzione artistica e della società. Una serie di domande introducono alle ampie sale espositive, facendo immedesimare il visitatore nel tormentato punto di vista dell’artista:

Quale materiale, strumento, o anche quale arma possono costituire il mio corpo e la mia immagine per la mia ricerca artistica? Quale ruolo mi assegna la società – in quanto artista, in quanto persona e in quanto membro di una comunità o di una minoranza – e come posso liberarmi dai suoi obblighi? Come posso sfuggire alla fatalità della morte diventando parte della mia opera?

Untitled (Blood), Felix Gonzalez-Torres (1992)

Se pensiamo all’autoritratto, un genere di matrice classica, che da sempre ha affascinato i protagonisti dell’arte e che continua ad essere amato per il suo significato intrinseco, possiamo ripercorrerne la sua evoluzione, che a partire dalla produzione artistica degli anni Settanta, ha influenzato un’ampia varietà di pratiche e linguaggi: dalla fotografia alla videoarte, dalla pittura alla scultura, alle diverse tipologie di installazioni.

Fil rouge della mostra è il contrasto tra interpretazioni differenti dello stesso soggetto: malinconia e vanità,  gioco ironico dell’identità e autobiografia politica, riflessione esistenziale e visione del corpo come scultura. Come afferma uno dei curatori, Martin Bethenod:

Non abbiamo scelto di intitolarla “Looking at myself” o “Talking” o “Dealing”, ma dancing: è l’idea del corpo che danza, crea azione, ironia, gioco, movimento.

Urs Lüthi, Tell me who stole your smile, 1974

Il corpo è il protagonista indiscusso della mostra: immortalato dalla macchina fotografica o riprodotto da opere scultoree, esso trasmette, con la sua postura, con il suo sguardo, il pensiero e lo stato d’animo dell’artista.

Urs Fischer, Urs Lüthi e Gilbert & George sono solo alcuni dei grandi nomi che la François Pinault Collection di Punta della Dogana ospiterà fino al 6 dicembre 2018 nelle sue sale, magistralmente restaurate dall’architetto giapponese Tadao Ando.

L’inizio di Dancing with Myself presenta uno dei pezzi più amati della collezione Pinault: l’installazione Untitled (Blood) di Félix González-Torres, costituita da una grande tenda di perline rosse e bianche, come i globuli infettati che richiamano l’AIDS, uno dei temi principali del suo attivismo sociale-politico. Quest’opera, di forte impatto visivo, richiede la partecipazione del visitatore, che è chiamato ad attraversare la tenda per accedere al percorso museale.

La camaleontica ed eccentrica Cindy Sherman, le cui fotografie occupano ben due sale del museo, racconta l’evoluzione del ruolo della donna nella società contemporanea: «Uso me stessa nello stesso modo in cui userei una modella. Le mie opere non sono autobiografiche».

Cindy Sherman, Untitled 578

Il famoso Bruce Nauman, che esamina se stesso attraverso filmati in cui esegue azioni meccaniche ed ossessive, induce il visitatore a riflettere invece sulle capacità e i limiti degli esseri umani.

Dall’ironia del padovano Maurizio Cattelan alla critica sociale della fotografa americana Nan Goldin, si è ottenuta una mostra corale che affronta alcune delle trasformazioni più importanti del XX secolo. La mostra si conclude così nel periodo antecedente uno dei più grandi cambiamenti del XXI secolo: l’era dei selfie, inaugurata con l’introduzione dei social network nella nostra quotidianità. La scelta dei curatori, chiarita da Martin Bethenod, vuole escludere infatti questo aspetto che non affronta realmente il concetto di “indagine di sé”:

Abbiamo deciso di fermarci subito prima del periodo che viene definito “post internet” e della generazione dei social network. La mostra non comprende opere di quella generazione internazionale – europea, americana, asiatica – che si avvale in particolare dei social network per la messa in scena di se stessa, per interrogarsi sull’identità.

Dancing with Myself
A cura di Martin Bethenod e Florian Ebner.
Punta della Dogana, Venezia
Dall’8 aprile al 6 dicembre 2018

Marta Previti per MIfacciodiCultura

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