La fine del Grande Romanziere Americano: a 85 anni ci lascia Philip Roth

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Il titolo di un suo romanzo, tentativo di narrare la storia a stelle-e-strisce attraverso il suo sport più iconico, il baseball, è diventato a sua volta iconico, rappresentativo a sua volta di un tentativo che potremmo definire archetipico, ossia quello di narrare la Storia, la storia definitiva. Ambizione smisurata, possiamo dire: ma il romanzo dal titolo ormai proverbiale è Il grande romanzo americano, e l’ambizione di cui sopra era sorretta da un talento adeguato, oltre che da qualcosa più di una vena di umorismo yiddish, ché stiamo parlando di Philip Roth, il quale ci ha lasciati ieri, a Manhattan, per insufficienza cardiaca, a 85 anni essendo nato a Newark il 19 marzo del 1933.

Il grande romanzo americano

Forse non sarà un annus horribilis per la letteratura, questo 2018, ma è certo che lo è il mese di maggio, visto che abbiamo appena onorato la memoria di Tom Wolfe, altro monumento della scrittura e cultura americane: entrambi personaggi forti, di assoluto spessore e di incidenza sulla cultura mondiale, alquanto controversi anche. Philip Roth è stato un autore tanto prolifico (al suo attivo una trentina di titoli) quanto controverso: tanto che da un lato gli è stata unanimemente riconosciuta la capacità di esplorare le radici ed i più oscuri risvolti della cultura e della coscienza, soprattutto popolare, statunitense, partendo dalle sue radici culturali ebreo-americane; dall’altro, la crudezza appena mitigata dall’ironia con cui vengono trattati temi come morale, religione e sesso gli hanno attirato impietose accuse di oscenità e conseguenti, feroci e superficiali critiche.

Probabilmente, questa tendenza allo scandalo lo ha frenato nella conquista del Premio Nobel, alla cui candidatura Philip Roth era pressoché abbonato, grazie a lavori come Lasciar andare del 1962, Lamento di Portnoy del 1969, La macchia umana del 2000 e, soprattutto, Pastorale americana del 1997. Non che i premi siano mancati, nella carriera di Roth, costellata di riconoscimenti tra cui spicca il Premio Pulitzer proprio per Pastorale americana, e nondimeno ci sentiamo di accodarci al giudizio generale, nato non solamente dalla sua scomparsa ma sedimentato nel tempo negli ambienti della cultura e letteratura, che Roth rimanga un gigante “privato” del Nobel. In buona, ottima, compagnia peraltro, per tacer del fatto che il futuro del prestigioso riconoscimento dell’Accademia di Svezia, a sua volta controverso, ha un futuro al momento quantomeno incerto e nebuloso, purtroppo per motivi che esulano dalla letteratura.

Osservazione politico-sociale, quindi: Pastorale americana fa in realtà parte di una trilogia, cui appartengono anche Ho sposato un comunista e La macchia umana; tendenze autobiografiche e creazione di personaggi, divenuti anch’essi iconici, che sono quasi degli alter ego, come Alexander Pornoy o Nathan Zuckerman; linguaggio troppo aperto e scurrile, “scandaloso” al limite della pornografia: la mescolanza di questi tre fattori ha reso Philip Roth il grande autore che è stato e nel contempo è stata la fonte della feroce critica nei suoi confronti. Ma conoscendo il puritanesimo e l’ipocrisia, statunitensi ma non solo, possiamo ben credere che il punto di caduta di Roth sia stato il registro tragicomico con cui lo scrittore aveva scelto di trattare anche il temi più scottanti ed i passaggi più osceni, e probabilmente a Roth non è mai stato perdonato fino in fondo il fatto di aver visto la finzione in fondo all’erotismo, il ridicolo nella trasparenza del trasporto e del desiderio.

Nel 2012, a 79 anni quindi, Philip Roth aveva dato in via ufficiale il suo addio alla letteratura, riprendendo la frase del pugile Joe Louis, che ebbe a dire «Ho fatto del mio meglio con i mezzi a mia disposizione», il che in sostanza è quanto pensava anche Theodore Roosevelt nonché il massimo a cui ognuno di noi possa aspirare, specificando poi «È esattamente quello che direi oggi del mio lavoro. Ho deciso che ho chiuso con la narrativa. Non voglio leggerla, non voglio scriverla, e non voglio nemmeno parlarne». Roth, inoltre, dichiarò di aver dato istruzioni ai suoi parenti di distruggere il suo archivio personale dopo la sua scomparsa: ivi compresi gli inediti che potrebbe contenere, quindi.

La locandina del film di McGregor tratto da “Pastorale Americana”

Per assurdo che possa sembrare, stimiamo ancor maggiormente Roth per questa presa di posizione, e ci auguriamo che gli eredi ottemperino e quindi di non vedere spuntare opere più o meno spurie del romanziere che evidentemente non erano destinate a vedere la luce, per motivi che, con la massima giustezza possibile, soltanto l’autore di un’opera è titolato a sapere. È una questione di rispetto, tanto più dovuto a chi ebbe a dire «Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto; è quanto mi hanno dato al posto di un fucile». Philip Roth si è comunque difeso splendidamente.

Perché la realtà è che veder spuntare lavori e racconti, romanzi e saggi contro la volontà di un autore che avrebbe potuto pubblicare qualsiasi cosa avesse voluto (ma vale per qualsiasi autore che volontariamente non metta alla luce i propri pensieri di carta) è un’operazione, anche qualora non truffaldina, assai più oscena e pornografica di qualsiasi copula descritta in un racconto. Quanto aveva da dire, Philip Roth lo aveva già detto, abbondantemente e nei tempi e modi più giusti, perché quelli decisi da lui stesso. E di questo non possiamo che essergli grati.

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

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