Carlo Emilio Gadda: l’ingegnere che diventò scrittore

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Carlo Emilio Gadda
Carlo Emilio Gadda da giovane

Molto scrittori novecenteschi si sono contraddistinti per lo sperimentalismo linguistico e letterario: James Joyce è noto per il suo stream of consciousness e il fecondo dialogo con la mitologia greca e, soprattutto, per la vivacità linguistica della sua opera. Quella stessa vivacità che ritroviamo negli scritti di uno più grandi scrittori del Novecento italiano, Carlo Emilio Gadda (Milano, 14 novembre 1893- Roma, 21 maggio 1973). Gadda non si formò come scrittore (che fu il suo cruccio per tutta la vita), ma si laureò invece in ingegneria, assieme al fratello, Enrico (1912). Allo scoppio del primo conflitto mondiale, lo scrittore milanese, coerentemente con le proprie posizioni interventiste, si arruolò come volontario nelle truppe alpine e fu fatto prigioniero a Celle (Germania). L’esperienza bellica per Gadda fu un vero e proprio trauma: egli ci lascia la sua testimonianza nel suo diario Giornale di guerra e prigionia, parzialmente pubblicato nel 1965. Chi si aspetta una celebrazione elogiativa del conflitto, dovrebbe infatti rivedere le proprie posizioni, perché il tono di Gadda è invece assai critico: egli denuncia non soltanto l’incompetenza di coloro che dovevano gestire il conflitto, ma soprattutto gli orrori della guerra stessa. Come non pensare ai versi potentissimi e altrettanto veritieri della struggente Dulce et Decorum Est del giovanissimo Wilfred Owen, uno dei più spietati critici della prima guerra mondiale da parte inglese:

My friend, you would not tell with such high zest
To children ardent for some desperate glory,
The old Lie: Dulce et decorum est
Pro patria mori.

Amico mio, con un così grande entusiasmo non dire la vecchia menzogna ai dei ragazzi in disperata ricerca di gloria: Dulce et Decorum Est Pro patria mori. (trad. “è degno e appropriato morire per la patria”)

Dopo il diario di guerra, Gadda scrive la sua Cognizione del dolore (scritto tra il 1938 e il 1941, la cui uscita fu posticipata, a causa della guerra, nel 1963). Dolore e sofferenza caratterizzano l’opera, scritta in seguito alla morte del fratello e con lo scopo di dileggiare i genitori, dileggio per il padre e caricatura che sfiora nel ridicolo della madre. L’opera si ambienta in Sudamerica (ben noto a Gadda per i suoi viaggi per la professione di ingegnere), negli stati. immaginari Maradgál e Parapagál (che assomigliano all’Italia e alla Brianza durante il fascismo). Il vero protagonista è Gonzalo Pirobutirro (l’alter ego di Gadda), il quale rivela al dottor Higueróa di trovarsi in grande difficoltà, a causa delle sue ambizioni letterarie irrealizzabili e, soprattuto, lamenta la perdita di denaro. Pirobuttiro/Gadda lamenta infatti l’incapacità di non aver potuto realizzare fattivamente le proprie ambizioni letterarie, specialmente dopo non essere riuscito a ottenere la laurea in Filosofia. Nell’insieme il romanzo gaddiano è una critica (come stupirsi?) ai mali dell’Italia prima e dopo il fascismo, in modo particolare l’attacco alla burocrazia e alla corruzione (lo stesso Pirobutirro aveva tentato di spacciarsi per finto sordo: non c’è bisogno di aggiungere altro, in quanto tutti conosciamo la situazione).

Il capolavoro di Gadda è tuttavia il romanzo sperimentale Quel pasticciaccio brutto di via Merulana (1957). Il commissario Francesco “Don Ciccio” Ingravallo si trova a indagare prima su un furto e in seguito sull’omicidio della ricca Liliana Balducci. Il furto e l’assassinio hanno avuto luogo nel tetro palazzo al 219 di via Merulana. Come accade nei romanzi modernisti, non c’è un colpevole certo e, soprattutto, la caratteristica principe del testo di Gadda è l’eteroglossia. In greco, eteroglossia significa “lingua diversa” e, come ben spiega il critico russo Michail Bachtin, questo termine definisce i vari linguaggi o stili (utilizzati anche in modo parodico) all’interno di un testo. Ancora, Joyce, grazie al suo Ulysses (1922), è un maestro di questo artificio linguistico-letterario, in quanto ogni suo capitolo è scritto in un linguaggio e uno stie diverso. In Gadda l’eteroglossia si rispecchia nell’ordine dei capitoli: nei capitoli iniziali, il linguaggio è ufficiale e burocratico, cosa che si perde totalmente in quelli finali, dove i lettori si confrontano con il linguaggio agreste. Il plurilinguismo mostra il caos che domina il mondo e, indirettamente, la critica alla provvidenza manzoniana.

Concludo col saggio Eros e Priapo: da furore a cenere (pubblicato, censurato, solo 1967). Si tratta di uno dei saggi più vivaci e migliori con cui poter attaccare il fascismo, in quanto Gadda lo analizza da un punto di vista psicoanalitico. Priapo rappresenta gli aspetti maschilisti, patriarcali, fallocentrici e nevrotici di Mussolini. Eros, invece, rappresenta l’attrazione degli italiani per il duce, un’attrazione che, come rileva giustamente Gadda, è la sintesi di diverse esperienze le quali, in ogni caso, confermano l’attrazione nei confronti di leader populistici e violenti.

Sulla falsariga di Guicciardini, Gadda ci propone un ritratto di lettere dell’Italia: una critica spietata alla guerra e, soprattutto, la critica alla mentalità populista dell’italiano medio (che è ben emersa alle ultime elezioni). Forse è il caso di far uscire Gadda dall’armadio e di ascoltarlo, sperando che non sia un nuovo appello che cadrà nel vuoto.

Andrea Di Carlo per MIfacciodiCultura

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