“Post Office” di Bukowski: la solitudine che illumina uno squarcio di vita

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Post Office (1971) è il primo romanzo di Charles Bukowski (Andernach, 16 agosto 1920 – San Pedro, 9 marzo 1994), uno dei più controversi e discussi scrittori del secolo scorso. Estremamente comico, questo lavoro autobiografico ricalca la complessa personalità dell’autore, inondato da una vita fatta di eccessi e solitudine. Non a caso, la sua prosa minimalista e il suo stile crudo e sporco, sono una comunicazione nuda che trasogna di false emozioni e opta per offrirsi archetipo di un’umanità logora e sbilenca.

Non potevo trattenermi dal pensare, dio, l’unica attività dei postini è di ficcare dentro le lettere e l’uccello. Questo è il lavoro che fa per me, oh sì sì sì.

Bukowski si racconta da cima a fondo servendosi del suo leggendario alter ego Henry Chinaski, un postino ubriacone, appassionato di corse di cavalli e collezionista di eccitanti esperienze sessuali. Lui odia il suo lavoro, se ne va girando con una borsa di cuoio sulle spalle per la periferia di Los Angeles in cerca di un benessere utopico, ma ciò che puntualmente trova è un guazzabuglio di follia che lo scaraventa al punto di partenza.
Stanco dell’ufficio postale e delle sue regole castranti, Chinaski si licenzia e tra una sbornia e l’altra cova il latente desiderio di scrivere un romanzo.

Non mi sentivo diverso. Ma sapevo che presto, come uno che risale in fretta dalle profondità del mare, mi sarei sentito afflitto – con una particolare sindrome da decompressione. Ero come uno dei dannati parrocchetti di Joyce. Dopo aver vissuto in gabbia ero uscito dall’apertura ed ero schizzato via – come un proiettile dritto in Paradiso – Paradiso?

Post OfficeCon Post Office, Bukowski non solo si fece conoscere e apprezzare dalla critica, ma riuscì anche a raccontare una società in cui tutti cercano affannosamente stabilità e sicurezze. Queste pagine hanno il grande pregio di trasmettere al lettore la sensazione di poter comprendere l’importanza della libertà, spesso mascherata o ridicolizzata dalla monotonia e dallo schifo ordinario che circonda troppe esistenze. Politicamente scorretto, cinico, scanzonato, Bukowski non conosce mezze misure, o lo si ama o lo si odia: una cosa è certa, e cioè che con la potenza del suo inchiostro e la sua malinconica ironia riesce a calarsi nelle viscere dell’esistenza per scoperchiare tutta la fanghiglia superficiale della vita reale.

Alla mattina era mattina e io ero ancora vivo. Magari scrivo un romanzo, pensai. E lo scrissi. 

Come una fenice che risorge dalle proprie ceneri, Chinaski alla fine ce la fa. Almeno così sembra. Sarà un eterno perdente, questo lui lo sa, ma in mezzo a quel disordine asettico troverà sempre il modo per evitare di annegare nella finzione di una calma apparente. Post Office non vuole insegnare nulla, ma essere un aiuto per conoscersi meglio, per guardarsi dentro. Sfogliata l’ultima pagina di questo romanzo, vi renderete conto di come almeno una volta nella vita siete stati tutto e niente. Vi renderete conto di come almeno una volta nella vita siete stati Henry Chinaski.

Luigi Affabile per MIfacciodiCultura

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