“Mektoub my love: Canto uno”: torna nelle sale Abdellatif Kechiche

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Il prossimo 24 maggio arriverà nelle sale italiane l’atteso Mektoub my love: Canto unoche vede il ritorno in dietro la macchina da presa di Abdellatif Kechiche, regista ormai affermato e amato da pubblico e critica soprattutto per La vita di Adele, per il quale ha vinto la Palma d’Oro nel 2013.

Abdellatif Kechiche

Il film sembra essere coerente con la linea delle altre pellicole del regista tunisini, e parte con una scena di sesso, per mettere subito le cose in chiaro: nelle tre ore di proiezione gli amori, i tradimenti, i rapporti non mancheranno. I fatti raccontati da Kechiche nel lungometraggio si svolgono a metà degli anni ’90 e si articolano in un dinamismo che alterna un’attesa costante anticipatrice di qualcosa di non conosciuto a dialoghi in simbiosi coi movimenti del corpo.

Mektoub my love è ambientato nel ’94 e la data non è stata scelta a caso: è un anno abbastanza vicino ma anche distante anni luce dal nostro quotidiano, scandito da smartphone, social, app e musica improbabile. I ragazzi protagonisti vivono le loro giornate in maniera semplice: tutto prende avvio un giorno d’estate, tra schiamazzi, scherzi e giornate passate al mare tra litigate e amori, in una commistione di dinamismo spericolato e dialoghi anticipatori degli impacciati dei movimenti del corpo. Ci sono primi piani provocatori che si insinuano tra inquadrature di corpi nudi, tra istantanee di ombelichi silenziati dai costumi colorati, già suggestivi e ancora un po’ bambini.

Il cast con il regista

Un film sulla giovinezza sostanzialmente, in particolar modo una parabola sugli adolescenti. Mektoub my love analizza le esistenze di personalità giovani che hanno dei nomi ma potrebbero essere chiunque, nei comportamenti, con quei volti unici e anonimi negli stati d’animo, con guizzi di vita bramosi del fisico ma anelanti di filosofia dell’animo. Ed ecco i primi piani, occhi maestri che valgono da soli mille discorsi, con un mare di curiosità e sentimenti e intere scene sognate e mai esplicitate, per ora. Senza parlare, anche la fotografia gioca un ruolo principale. Si incontrano scene volutamente “pesanti”, che ricalcano il ricordo di un’estate con quel suo tempo lento, quasi bloccato.

Ne La vita di Adele (2013), film che ha consacrato Kechiche, si metteva in risalto la storia di una ragazza che veniva travolta dal proprio corpo: si parlava del passaggio dall’adolescenza al mondo adulto, un passaggio travagliato, in cui un’eccezionale Adèle Exarchopoulos interpreta l’adolescente tipo, con i suo alti e bassi. In Mektoub my love, si elimina ogni filtro: il regista non si concentra su un solo personaggio ma allarga il raggio ad un intero gruppo, con personalità diverse e storie varie.
È un viaggio interiore alla scoperta del mondo della giovinezza e dei giovani in particolare, utile ai ragazzi per non sentirsi soli, per dimostrare loro che nella loro situazione si trovano milioni e milioni di altri individui; utile anche agli adulti, per comprendere o per tornare a vivere una situazione ormai distante dai loro orizzonti mentali, troppo impegnati nel lavoro e nell’omologazione per ricordarsi i ragazzi che erano. Una pellicola geniale, un trip a cui è impossibile sfuggire. Un’estate apparentemente come tutte le altre, noiosa e passiva ma è proprio questo a rendere il film unico. È un flash tra luci spente con colori caldi e freddi improvvisi, in un ballo che anche se non ci sarà un domani resterà, figura pensante, per sempre etereo come un dipinto perfetto di qualsiasi giovinezza.

Giammarco Rossi per MIfacciodiCultura

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