Malcolm X. L’Islam come chiave per l’eguaglianza

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Il 19 maggio 1925 nasceva Malcolm Little, conosciuto anche come Detroit RedEl-Hajj Malik El-Shabazz e Omowale. Verrà assassinato a New York il 21 febbraio 1965. La storia lo ricorderà come Malcolm X.

Malcolm X

Ha una vita difficile. Nel quartiere di Harlem dove si trasferisce ha a che fare con prostituzione, rapine, gioco d’azzardo, fino a che viene arrestato nel 1946. Condannato a 10 anni per violazione di domicilio, possesso illegale di arma da fuoco e furto, è qui che la sua vita comincerà a cambiare. Due anni dopo il fratello Reginald lo invita a far parte della Nation Of Islam (NOI): l’idea base di questa setta islamica militante è che tutti i neri d’America dovrebbero convertirsi all’Islam. O meglio, riconvertirsi: infatti, prima di essere deportati come schiavi dai bianchi, era questa la loro religione nella loro terra natia, l’Africa. Questo movimento afferma anche la assoluta supremazia nera sulla razza bianca, da cui desidera distaccarsi in una nazione autonoma negli Stati Uniti.

In questa fase la lotta di Malcolm X, che rifiuta il proprio cognome da schiavo, rispecchia quella della NOI: i neri d’America devono lottare contro i bianchi, considerati il male assoluto per i loro crimini contro le minoranze. È per questo che la battaglia di questo personaggio è risultata spesso controversa: odio verso il nemico unito al diritto a difendersi in ogni modo. Quest’ultima idea accompagnerà la sua predicazione anche in seguito, fino alla fine: non si tratta però di un’istigazione alla violenza, ma all’autodifesa, poiché il governo degli Stati Uniti si è mostrato disinteressato alla salvaguardia della minoranza nera.

Il culmine di questa fase avviene dopo l’omicidio di J.F Kennedy nel 1963, per cui afferma di essere felice. La violenza che il presidente non è riuscito a fermare, gli si è ritorta contro. Qui ovviamente il distacco con l’altro grande predicatore nero, Martin Luther King, è più forte che mai visto i contatti di quest’ultimo con la famiglia presidenziale. Molti iniziano a guardare storto la predicazione di Malcolm X.

Ma qui, le cose cambiano ancora.

Nel 1964 compie il pellegrinaggio a La Mecca, che ogni musulmano dovrebbe fare una volta nella vita. Andando in Africa, Malcolm X si accorge che in realtà ci sono anche bianchi disposti a aiutare uomini e donne di colore, e lui stesso viene aiutato nel suo viaggio (non sapendo l’arabo) da ogni tipo di persona, al di là del colore della sua pelle. Alla fine, si accorge che la fede islamica non è un affare solo per bianchi. Ed è qui che cambia totalmente il suo modo di vedere la lotta per i diritti degli afroamericani.

In passato, è vero, ho condannato in modo generale tutti i bianchi. Non sarò mai più colpevole di questo errore; perché adesso so che alcuni bianchi sono davvero sinceri, che alcuni sono davvero capaci di essere fraterni con un nero. Il vero Islam mi ha mostrato che una condanna di tutti i bianchi è tanto sbagliata quanto la condanna di tutti i neri da parte dei bianchi. […] Oggi i miei amici sono neri, marroni, rossi, gialli e bianchi! 

Malcolm XCom’è facile da immaginare, la NOI non apprezza questa inversione di rotta, e i rapporti si incrinano. Il contatto con il vero Islam lo cambia: non è più una lotta per i diritti dei neri, ma una lotta per i diritti di tutti. La sua predicazione avrà comunque uno stampo non religioso, ma la sua convinzione è che questa fede potrebbe aiutare a parlare di uguaglianza e pari diritti per tutti, anche per il suo forte coinvolgimento in ogni aspetto della vita dei fedeli. Ma, in ogni caso, non conta quale sia il nome del Dio venerato: quello che conta è capire che, al di là che sia Dio, Allah o Jahvè, egli ci ama in egual modo e ci ha fornito di pari doveri e diritti ai suoi occhi.

Purtroppo, Malcolm X verrà assassinato il 21 febbraio 1965 per mano della stessa NOI, per le sue posizioni troppo moderate verso i bianchi schiavisti.

Ma è proprio la visita alla città natia del Profeta a far nascere in questo predicatore, uno dei più carismatici del XX secolo, la consapevolezza e l’esigenza per una lotta totale contro il razzismo e la segregazione, oltre qualsiasi discriminazione.

Oggi, invece, siamo abituati a vedere questa fede in un solo modo: come un estremismo, fatto di terrorismo e lotta all’infedele.

Se, però, ci si fermasse a pensare e riflettere, si riuscirebbe a capire come stanno le cose veramente: l’Islam non è un movimento terroristico.

Se prendiamo, ad esempio, il termine Jihad, capiremmo che esso ha subito un cambiamento di significato nel tempo: per Maometto era in realtà una guerra difensiva, nel caso qualcuno attaccasse il popolo musulmano dopo che esso fu costretto a spostarsi a Medina da La Mecca. Ma la guerra sacra prevede anche il perdono del nemico nel momento in cui decida di rinunciare alla lotta. Non solo: questa ha anche un significato più puramente spirituale, legato ad una lotta interiore e intima nel cammino verso la propria fede. Il Profeta, ovviamente, non ha mai parlato di farsi esplodere in una piazza piena di civili.

Malcolm XFermandosi un attimo a pensare, il concetto di “morire per la propria religione” non è nemmeno così lontano da quanto veniva proclamato durante le Crociate da Innocenzo III: combattere avrebbe dato al cavaliere la remissione di tutti i peccati. Morire sul campo di battaglia era un gesto di martirio. Uccidere l’infedele, era lecito: in ogni caso, tornati a casa li attendeva l’indulgenza. Insomma, grazie alle parole di Sant’Agostino, la difesa della Chiesa tramite la spada, nella Città Terrena, era più che lecita. Ma, ovviamente, nemmeno Gesù Cristo ha mai parlato di impugnare la spada contro gli infedeli per liberare il suo sepolcro.

Il problema è che la religione  la fanno gli uomini in terra: la vera fede, il vero intimo convincimento, non può essere strumentalizzato a scopi politici. Tutte le guerre di religione, alla base, hanno sempre qualche interesse alle spalle. Quando Marx, Hobbes o Rousseau definivano la religione come l’oppio dei popoli, non intendevano il totale ateismo: avevano colto invece che la fede, quando diventa ideologia, può essere strumentalizzata da qualcuno per i propri interessi. Solitamente, qualcuno che sfrutta il vuoto esistenziale di chi non ha più nulla.

Se pensiamo al processo che ha portato a quella che chiamiamo la primavera araba, è chiaro che non è stato un naturale divenire storico: qualcuno, un giorno, ha deciso di importare la democrazia. Come se si potesse, in un giorno, ricreare un processo che in Europa è passato per secoli di lotte e rivoluzioni. Lo straniamento e, certamente, anche la volontà di molti di rimanere ai vecchi regimi, ha scatenato nelle coscienze il risentimento, l’odio, la desolazione.

D’altra parte, la crisi che noi occidentali stiamo vivendo, lascia anche noi nella disperazione.

Quando si creano coscienze che sembrano non avere futuro, per mancanza di denaro o perché qualcuno ha cambiato la tua nazione con le bombe, si cerca qualcosa in cui combattere. In cui credere.

Il problema è che c’è sempre qualcuno pronto a dare in mano delle armi a queste anime smarrite.

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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