I Grandi Classici – “Grandi Speranze”, quando Dickens poteva ancora sperare in un mondo migliore

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Per ascrivere nel novero dei Grandi Classici, e non solamente degli ottimi, anche immortali romanzi, solitamente teniamo presente l’universalità dei contenuti, al netto della contestualizzazione: un’aurea atemporalità, che deriva dall’indagine, vuoi programmatica vuoi dovuta alla Storia, degli archetipi della natura umana, delle profondità dell’animo umano, la buona vecchia Ditta Pulsioni, Passioni & Paure. In questo senso, l’opera della quale andiamo a parlare si distacca, stranamente, da questa caratteristica tendenziale, ché ormai tutto e perduto, soprattutto l’onore, le lezioni non le abbiamo imparate e ormai tutto è farsa: con questo spirito positivo, parliamo ovviamente di Grandi Speranze di Charles Dickens.

Una delle prime edizioni

Scritto nel 1861, Great Expectations è il romanzo della maturità di Charles Dickens: un Bildungsroman, genere col quale le grandi penne quasi sempre finiscono per confrontarsi, alla ricerca del capolavoro immortale. Ma per Dickens questa ricerca del Graal era già abbondantemente riuscita, e in definitiva la storia di Philip Pirrip aka Pip in un arco temporale di ventotto anni, tra il giorno di Natale del 1812 e l’inverno del 1840 non fa altro che consolidare l’enorme successo e fama e considerazione di cui Dickens già godeva. Dopodiché, di Grandi Speranze va ricordata la prima pubblicazione a puntate, cosa che aveva creato una enorme aspettativa nel pubblico (e che in teoria lo rendeva un feuilleton); citiamo il fatto che il romanzo ha avuto oltre 250 riduzioni tra cinema e teatro; notiamo di sfuggita il fatto che si tratta appena del secondo romanzo, dopo David Copperfield, che Dickens produce con l’utilizzo della prima persona singolare, ed assegniamogli quindi il titolo onorifico di Grande Romanzo Vittoriano, e che questo meritato appellativo va visto alla luce anche del fatto che lo stile dickensiano si ascrive al sottogenere tutto particolare del realismo magico (sebbene in forma diversa dai di molto successivi sudamericani).

La frase ed il lessico dickensiani sono noti e sono una costante, questi sì inseriti nello stile e spirito dell’epoca; non così invece la particolare profondità dell’introspezione psicologica dei personaggi principali, quindi l’orfano Pip, la signorina Havisham, Estella, Magwitch. D’altra parte, ritroviamo anche tutti i topoi e le tematiche fondamentali e ripetitive di Dickens (e non possiamo considerare un caso che il romanzo, appunto narrato in prima persona, inizi nell’anno di nascita dell’autore): il Natale, il ruolo schiacciante e violento della famiglia, le istituzioni come soggetto oppressivo e non di tutela, la società come negazione ottusa, attraverso una forma di tutela solo apparente, della libertà individuale.

La locandina della più recente versione cinematografica

Le Grandi Speranze, in definitiva, vanno in senso opposto a questo affresco che si dipana nelle pagine di questo romanzo di formazione: grandi speranze dickensiane, che andavano ben al di là di quelle, lecite ma materialistiche, comprensibili e condivisibili ma individualistiche, che ritroviamo ad esempio in quello che ci viene contrabbandato come un epigono del romanzo, sebbene in campo cinematografico, ossia La ricerca della felicità. Tra Grandi Speranze e La ricerca della felicità intercorre la stessa distanza tra Grandi speranze dei Pooh, romanticamente individualista, e High Hopes di Bruce Springsteen, a sua volta epigono delle tematiche sociali degli “ultimi” dello Steinbeck di Furore.

Dickens, che univa lo stile alla materia e la conoscenza topografica di Londra a quella socioantropologica, ebbe la soddisfazione di vedere il lavoro infantile dichiarato illegale dal Parlamento inglese, che dichiarò apertamente l’influenza in tal senso esercitata dall’opera dello scrittore, come pure era stata abolita la reclusione per debiti per analoga motivazione.

Le Grandi Speranze dickensiane erano di questo livello: l’umanizzazione degli orfanotrofi, l’abolizione dello sfruttamento del lavoro infantile, relazioni umane basate sull’empatia e non sull’antagonismo oppressivo, una grande speranza che la violenza, sociale o privata che sia, venga espulsa dal tessuto connettivo delle relazioni umane e politiche.

Estella e Pip, Grandi Speranze

E anche, se vogliamo, Grandi Speranze di una letteratura, di un’arte, degna di questo nome: tutte grandi speranze pre-esistenzialismo, pre-era atomica, pre-WW1 e WW2. Soprattutto, grandi speranze che venivano prima della possibilità per tutti di avere i propri 15 minuti di immeritata fama, prima della consapevolezza che ormai viviamo costantemente in una farsa non avendo imparato nulla dalla Storia. Le nostre Grandi Speranze, oggi, risiedono apertamente nella conquista di una felicità materiale sorretta dal desiderio che la stessa cosa sia negata al altri quale fondamentale condimento dei nostri giocattoli usa e getta.

La società post-post-dickensiana poggia le sue grandi speranze, Bauman insegna, sulla speranza della discriminazione e dell’esclusione. Leggiamo Dickens, ma non possiamo considerarlo attuale: certo, nell’attesa che diventi una vera e propria fantascienza grottesca.

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

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