Chi era Giovanni Falcone e perché il suo ricordo è ancora vivo

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Chi era Giovanni Falcone, e perché il suo ricordo è ancora vivo
Giovanni Falcone

Chi era Giovanni Falcone? Un magistrato, un uomo di Stato, un simbolo immortale nella lotta contro la mafia. Ma anche un figlio, un marito, un fratello: un uomo che ha dedicato tutta la sua vita, tutto ciò che era, alla difesa della legalità e della giustizia.

Giovanni Falcone nasceva il 18 maggio 1939 nel quartiere Kalsa, vicino a Piazza della Magione, nel cuore di Palermo: cresce con il mito degli zii, morti entrambi al servizio dello Stato, che imprimono in lui il grande valore del sacrificio, anche estremo, e il senso del dovere. Saranno proprio questi i valori morali che caratterizzeranno tutta la sua vita, anche in ambito lavorativo. Dopo il liceo classico e una breve esperienza all’Accademia navale, approda alla facoltà di Giurisprudenza: la decisione è presto presa, e la strada della magistratura diventa meno sogno e molto più realtà.

Prima a Lentini, poi a Trapani e infine a Palermo, Falcone non lascia la sua Sicilia, ma anzi ne diventa il difensore, l’uomo simbolo quando la città cade nel caos, come nel 1979, dopo l’omicidio del giudice Cesare Terranova, avvenuto in una tersa mattinata di settembre. Falcone entra nell’Ufficio istruzione della sezione penale, dove inizia a lavorare con Paolo Borsellino e Rocco Chinnici, e presto inizia ad aprire i vari vasi di Pandora della mafia siciliana durante il processo contro Rosario Spatola: un’inchiesta che muovendosi nel paludoso mondo delle istituzioni e della mafia arriva fino agli Stati Uniti, delineando un’organizzazione che gestisce il più grande traffico di droga e riciclaggio dell’epoca: sono i nebulosi confini di Cosa Nostra. Inizia anche a delinearsi la sua strategia investigativa, basata su indagini patrimoniali e bancarie, per poi ricostruire a ritroso il percorso del denaro e avere un quadro complessivo del fenomeno.

La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto, bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave; e che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni.

Giovanni Falcone

Il maxiprocesso a Cosa Nostra del 1986-1987

Proprio i successi derivanti da questo metodo innovativo e efficiente attireranno su di lui il mirino di Cosa Nostra che, colpita nel cuore dei suoi affari più remunerativi, decide di fare piazza pulita degli oppositori: nel 1983 il giudice Rocco Chinnici viene ucciso insieme alla sua scorta, ma prima di lui avevano perso la vita Pio la Torre, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, Piersanti Mattarella e molti altri: tutti servitori dello Stato, che avevano dedicato la loro vita alla lotta contro le mafie e le infiltrazioni mafiose nello Stato e per questo erano stati uccisi.

Con l’Italia e le istituzioni nel caos più totale, Falcone e Borsellino creano così un pool antimafia che ha come obiettivo Cosa Nostra, sempre più considerata un’organizzazione unica con lunghi tentacoli, che si estendono dalla politica nostrana al traffico oltreoceano, invece che un’accozzaglia di bande. Il maxiprocesso a cui porteranno queste indagini vede Totò Riina e i suoi corleonesi ai vertici dell’organizzazione mafiosa: concluso con 360 condanne, 2665 anni di carcere e undici miliardi e mezzo di lire di multe da pagare, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino diventano l’emblema del cambiamento non solo di Palermo ma di tutta Italia per la lotta contro le mafie.

Dopo, però, il nulla, o meglio, i veleni.  Falcone viene screditato su tutti i fronti: già nella mira dei mafiosi, viene attaccato anche da molti suoi colleghi della magistratura e politici, accusato di essersi “venduto al potere” quando lui cercava da un’altra postazione, al Ministero della Giustizia, di continuare la lotta contro il contro-potere che la mafia aveva saputo costruire infiltrandosi nelle istituzioni statali.

Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.

Giovanni Falcone

La strage di Capaci

È vero, lo Stato non è riuscito a proteggere Giovanni Falcone: il 23 maggio 1992 la sua auto e quelle della sua scorta vengono fatte saltare in aria con 1000 kg di tritolo, a Capaci: con lui muoiono la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della sua scorta. Come succederà qualche mese dopo anche a Paolo Borsellino, suo compagno d’armi nella guerra contro la mafia, assassinato in via d’Amelio.

La mafia, Cosa Nostra, ha deciso di uccidere Giovanni Falcone perché era pericoloso: non solo per la sua tenacia nelle indagini, il suo senso del dovere e la sua integrità professionale, ma anche per le idee che Falcone ispirava: «A questa città vorrei dire: gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini».

Ecco, finché le sue idee resteranno Giovanni Falcone non morirà mai: resterà vivo, tenacemente attaccato ai valori di giustizia e legalità che hanno guidato la sua vita e il suo lavoro, che a loro volta animeranno molte altre persone a lavorare affinché la mentalità mafiosa venga del tutto eradicata dal nostro paese.

L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza.

Giovanni Falcone

Margherita Scalisi per MIfacciodiCultura

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