#EtinArcadiaEgo – Letteratura e arte formano medici migliori?

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Come saranno i medici di domani? Una domanda questa che gira ormai da più di qualche tempo nella società attuale, in cui la professione medica sta attraversando un periodo di forte cambiamento, fra test di ingresso contestati e preparazioni su cui da anni si affrontano umanisti e tecnicisti per cercare la via perfetta per il futuro. Nel frattempo però, da alcune indagini svolte da due prestigiose università americane (la T. Jefferson di Philadelphia e la Tulane di New Orleans) è venuta fuori con forza la straordinaria influenza che la passione per le arti e la letteratura riesce ad avere sugli aspiranti medici del futuro.

Il dato offerto dalla ricerca delle due università americane suona all’orecchio occidentale (soprattutto italiano, se dotato di una minima istruzione o passione per l’argomento) come la più classica delle scoperte dell’acqua calda. Una matura ed eccellente analisi dell’utilità delle passioni per la cultura la troviamo già nel I secolo a.C., all’interno della Pro Archia ciceroniana. In questa sistemazione scritta dell’orazione pronunciata in favore del poeta di origine greca Archia, Cicerone mostra come lo studio e la cura della poesia e delle belle arti sia la chiave per la saggezza, intesa non fine a se stessa ma piuttosto considerata come servizio reso allo stato. Il nativo di Arpino infatti ritiene che solo con lo studio della letteratura e della filosofia il cittadino romano possa contribuire alla grandezza dello stato, poiché in grado di lasciarsi ispirare dai grandi esempi offerti dalla letteratura e soprattutto di valutare con saggezza e morale le decisioni da prendere.

Una qualità che dovrebbero avere tutti i medici è sicuramente l’empatia

A differenza della puntuale analisi ciceroniana, la ricerca americana non vuole tratteggiare i buoni cives ma ii buoni medici. Dai dati emersi infatti, si è potuto affermare che c’è una correlazione diretta fra fruizione attiva e passiva dell’arte e della letteratura e tre qualità indispensabili per un buon medico: l’empatia, la saggezza e la cosiddetta tolleranza dell’ambiguità, intesa come la capacità di destreggiarsi in situazioni ambigue senza perdere la calma e di elaborare soluzioni creative a situazioni complesse. Tutto ciò può sembrare una delle miriadi di analisi campate in aria, ma la realtà medica del nostro tempo racconta di una spinta realmente eccessiva verso il dottore-meccanico. Il dottor Salvatore Mangione, che da Philadelphia ha curato la ricerca, si concentra proprio su questo punto: «le scuole di medicina licenziano legioni di giovani dottori fabbricati con lo stampino: camici bianchi preparatissimi da un punto di vista disciplinare, ma del tutto inadeguati ad affrontare la condizione umana».

Se la Michielin, che di questi tempi domina le classifiche, lancia il grido di come sia l’umanità che fa la differenza, il dottor Mangione non parla di Bolivia o di situazioni particolari, bensì di una tendenza generale a privilegiare l’aspetto tecnico. Tuttavia, non è la via giusta istruire ogni figura come un impiegato d’ufficio: «Il medico non è un meccanico – spiega ancora Mangione – e il paziente non è un carburatore. Un buon dottore deve sapersi connettere con il malato per creare quella fiducia che è una componente essenziale della guarigione». Da anni infatti si insiste, in una stretta collaborazione con gli studi di psicologia, sulla componente mentale della cura medica: la battaglia per l’uso del massaggio cranio-sacrale nella riabilitazione è solo una delle iniziative su cui si sta discutendo.

Il contatto di figure mediche con il mondo letterario e artistico non è solo utile, ma necessario. Quando si dice che “la cultura apre la mente” si vuole spiegare con uno slogan una realtà molto più complessa: un testo letterario e un oggetto d’arte contengono per loro natura una serie di strati di significati, più o meno evidenti, che lasciano allo spettatore il compito di essere portati alla luce. Il saper riflettere su un testo aiuta ad uscire dallo schematismo rigido cui lo studio della medicina sottopone: una poesia, un quadro, una pièce teatrale pongono problemi che non hanno una soluzione certa, matematica. Come si esce dalla Noia vitale di Moravia? E che cosa significa realmente La Tempesta di Giorgione? Bisogna continuare ad aspettare Godot? Queste domande non sono a crocette, né a risposta multipla: semplicemente non hanno risposta, ma solo problematiche su cui poter rimuginare. Affrontare così riflessioni di questo genere mette di fronte a una continua uscita dai propri schemi logici, che dona una sorta di fantasia e sensibilità indispensabili per essere davvero un buon medico. Se manca l’empatia o la capacità di andare in una diversa direzione, allora aveva ragione Tex Willer a chiamarli “segaossa”.

Luca Mombellardo per MIfacciodiCultura

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