L’Archivio Vasari di Arezzo e le lettere di Michelangelo Buonarroti

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L’Archivio Vasari di Arezzo è senza dubbio una delle più importanti scoperte per conoscere i grandi geni dell’arte anche dal punto di vista umano. È il caso, ad esempio, del carteggio che il sommo Giorgio Vasari, pittore, architetto, storico, scambiò con Michelangelo Buonarroti ormai giunto all’apice della sua carriera.

Daniele da Volterra, Ritratto di Michelangelo

Un bene conteso che finalmente viene riconsegnato alla collettività. Il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali ha da poco notificato l’acquisizione dell’intero corpus dopo una diatriba con i proprietari privati che si protraeva, ormai, da decenni. Un modo non solo per evitare tentativi di vendita ma soprattutto per renderlo un bene di tutti, fruibile dal grande pubblico.

«Quando si parla di tutela del patrimonio culturale, ovvero della funzione istituzionale di maggiore responsabilità del nostro ministero, si ricomprende anche il ricorso a provvedimenti come questo», commenta il direttore generale degli Archivi che ha firmato il provvedimento, Gino Famiglietti: «Fare tutela, infatti, è una scelta politica e culturale. Individuare, proteggere e conservare le testimonianze della nostra memoria collettiva, assicurandole al patrimonio pubblico e favorendone la conoscenza e lo studio, significa recuperare il senso della nostra storia, e quindi della nostra dignità».

Ma la famiglia è pronta a nuova battaglia dal momento che considera l’accaduto “uno scippo” del valore di un milione e 500 mila euro.

Giorgio Vasari

Giorgio Vasari nato ad Arezzo il 30 luglio 1511 e morto a Firenze il 27 giugno 1574, ci lascia fitte corrispondenze con i maggiori intellettuali ma anche un altro bene prezioso: le lettere dei più grandi personaggi del tempo. Tra tutte si ricordano quelle di Cosimo I de’ Medici ai suoi prelati ed artisti. Una scoperta sensazionale perché è proprio in questi fogli che si cela non solo il Vasari autore, ma anche il Vasari uomo. Lo afferma anche Diana Marta Toccafondi, soprintendente della Toscana «Si vede il nascere stesso delle Vite, gli spunti e i consigli che innestano l’intera opera». L’Archivio Vasari «è un repertorio unico, una macchina della memoria che abbiamo il dovere di difendere e rendere viva».

Sono tanti gli scritti che suscitano interesse: come non menzionare le lettere dell’umanista Paolo Giovio, che dedica al Vasari delle parole che adesso sembrano quasi lungimiranti. «Il bel libro delli famosi pictori vi farà certo immortale», scrive nel 1547, «perché le cose che avete fatto a Monte Oliveto in Napoli a quelli tiranni delle frittate grosse e grasse alla fine saranno chachabandole consumate dal salnitro e dalle tarle, ma quello che scriverete non lo consumerà il tempo».

Gli intellettuali, quindi, avevano già compreso il grande valore delle Vite, unicum di critica per comprendere le dinamiche storiche e critiche degli artisti allora presenti e dei passati, senza tralasciare le grandi personalità, i collezionisti e gli scritti dell’epoca. Vasari scrisse due edizioni delle Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri, la prima pubblicata nel 1550 e la seconda nel 1568 con l’aggiunta dei ritratti degli artisti. Oltre 160 le personalità trattate ed alcuni approfondimenti sulle tre arti considerate maggiori: la scultura, la pittura e l’architettura.

Il successo delle Vite, ancora oggi punto di partenza per gli studi di critica-artistica, era stato notato anche dall’amico Annibal Caro. Il famoso umanista scriveva di essere convinto che il librò del Vasari avrà vita «perpetua».

Tra tutte gli scritti dell’Archivio Vasari, quelli che suscitano maggiore emozione sono le corrispondenza con Michelangelo Buonarroti. Lo scultore era all’apice della sua carriera e, con l’amico, scambia i suoi sonetti, commenti, impressioni. Si confida addirittura. Il Michelagniolo in Roma, anziano, si rivolge a Giorgio mettendo in risalto la sua umanità e le sue fragilità. Ne esce il ritratto di un artista fortemente tormentato che, dopo aver notato un errore nella cappella per il Re di Francia, afferma che «se si potessi morire di vergognia e dolore io non sarei vivo». Scrive addolorato e disegna anche l’arco sbagliato per spiegare come la svista non sia colpa del modello che risulta «facto a punto, come fo d’ogni cosa» ma della sua «vechieza».

Valentina Certo per MIfacciodiCultura

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