Mario Monicelli, maestro della commedia all’italiana

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Mario Monicelli
I soliti ignoti

Il regista e sceneggiatore Mario Monicelli (Roma, 16 maggio 1915 – Roma, 29 novembre 2010) nasceva nella Capitale più di cento anni fa, ma la città che sentì per tutta la vita come la sua vera patria d’origine fu Viareggio. Trasferitosi infatti in Toscana dopo aver frequentato le scuole elementari a Roma, il regista strinse un rapporto fortissimo proprio con Viareggio (come ricorda anche Chiara Rapaccini, la sua ultima compagna), che definì più volte nelle interviste come la sua reale città natale. Interessato al cinema sin da giovane, Mario Monicelli entrò in contatto con l’industria cinematografica senza seguire un vero e proprio percorso istituzionale di formazione: appena ventenne, produsse infatti I ragazzi della via Paal (1935), il suo primo lungometraggio come regista realizzato insieme a Cesare Civita e al cugino Alberto Mondadori. Adattamento del romanzo omonimo di Ferenc Molnár, il film è tuttavia lontano rispetto a quelli che diventeranno i canoni della sua poetica cinematografica: Monicelli è ricordato infatti soprattutto per il suo contributo al genere della commedia all’italiana, un modo di fare cinema che ha contribuito a fondare.

Tra i primi film che possiamo ascrivere a questo genere, possiamo individuare ad esempio Guardie e ladri (1951) e I soliti ignoti (1958). Il primo, girato insieme al grande regista Steno, ha come protagonisti Totò e Aldo Fabrizi: stilisticamente è ancora legato al movimento del Neorealismo, ma gli elementi che in seguito diventeranno fondanti della commedia all’italiana sono già ben presenti, a partire dall’intreccio narrativo. Il film racconta infatti, con un forte tono ironico alla sua base, di uno sfrenato inseguimento che vede come protagonisti un truffatore e un brigadiere, inserendo all’interno di una cornice neorealista alcuni elementi propri della commedia. A tal proposito, Monicelli riesce così a presentare la realtà e la quotidianità destinandole al gusto del pubblico popolare. Allo stesso modo, ne I soliti ignoti avviene il medesimo processo ma i tratti della commedia all’italiana si iniziano a delineare con maggiore evidenza. Nella pellicola infatti, interpretata tra gli altri da Vittorio Gassman e da Marcello Mastroianni, gli elementi del quotidiano vengono rappresentati attraverso stereotipi e dialoghi dal tono umoristico, in modo da permettere al pubblico di immedesimarvisi con maggiore facilità.

Mario Monicelli
La grande guerra

Mario Monicelli tuttavia non si è soffermato solo su questi aspetti, ma ha cercato di dare alla sua produzione filmografica anche una funzione di commento sociale. Ne La grande guerra (1959) ad esempio, il comico si ritrova amalgamato sapientemente con il drammatico: il film tratta della prima guerra mondiale e lo fa con fredda lucidità, pur lasciando spazio a momenti di maggior respiro nel caratterizzare i suoi protagonisti (interpretati da Alberto Sordi e Vittorio Gassman). In particolare, Monicelli nel suo film voleva offrire un ritratto degli italiani del tempo, che a suo dire è molto diverso rispetto agli italiani di oggi, dal momento che un tempo possedevano «una loro spinta personale, un orgoglio, una dignità della persona che noi abbiamo perso completamente».

Negli anni ’60, dopo aver collaborato al film a episodi Boccaccio ’70 (1962), Mario Monicelli ha proseguito la sua indagine sul quotidiano in quello che potremmo definire come uno dei suoi assoluti capolavori: L’armata Brancaleone (1966). Senza alcuna pretesa di storicità, il film è ambientato nel Medioevo e racconta le assurde vicende di un gruppo di persone comuni guidate dal nobile Brancaleone da Norcia. In questa pellicola Monicelli ha creato un vero e proprio linguaggio che, grazie al successo dell’opera, è riuscito ad esercitare una forte influenza culturale nel nostro Paese.

Mario Monicelli
Una scena da L’armata Brancaleone

I personaggi infatti parlano un idioma che mescola il latino (utilizzato impropriamente) con alcuni elementi dialettali, fornendo alle già comiche sequenze del film un tono ancor più surreale che le rende quasi credibili nella loro ilarità generale. L’armata Brancaleone non è tuttavia l’unica opera di Monicelli ad aver creato delle espressioni entrate nel gergo comune: in Amici miei (1975) ad esempio, l’utilizzo del termine supercazzola ha riscosso grande successo e ancora oggi viene utilizzato per indicare dei giri di parole privi di senso. Il film, insieme al suo seguito diretto Amici miei – Atto II° (1982) e al discreto Amici miei – Atto III° (1985) di Nanni Loy, utilizza come veicolo narrativo principale lo scherzo e chiude di fatto la stagione della commedia all’italiana.

Dopo aver diminuito progressivamente nel corso degli anni la propria produzione filmografica, il grande regista ha deciso di togliersi la vita dopo aver combattuto a lungo con il cancro. Mario Monicelli oggi non vive più, ma i suoi film sono ancora qui per restituirci l’immagine dell’uomo che era: una personalità dal forte spirito ironico, ma capace di saper leggere e interpretare lucidamente la realtà.

Daniele Sacchi per MIfacciodiCultura

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