L’eccentricità di Tamara de Lempicka e i volti dell’iconicità

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Tamara Rosalia Gurwik-Górska, meglio nota come Tamara de Lempicka, è stata un’artista stravagante, sensuale e anticonformista. La sua vita è avvolta da un alone di mistero, a partire dalla data e il luogo di nascita. Probabilmente nacque il 16 maggio 1898 a Varsavia da madre polacca e da padre ebreo russo, che scomparve precocemente (o in seguito al divorzio, come dichiarò Tamara, o per suicidio). Ebbe due mariti, molti amanti, relazioni bisessuali, una forte depressione che l’accompagnò per tutta la vita. Frequentò i salotti importanti (fu invitata anche nel Vittoriale di d’Annunzio), dilapidò il suo patrimonio. La de Lempicka fu una donna eccentrica, indipendente, icona di eleganza e raffinatezza, ma soprattutto della emancipazione femminile. Inoltre viaggiò molto, spostandosi continuamente e stabilendosi prima, dal 1910 al 1914, dalla zia a San Pietroburgo. In seguito, durante la rivoluzione russa, decise di spostarsi a Parigi col primo marito, Tadeusz Lempicki, e la figlia Kizette. Solo nel 1922, dopo aver studiato per tre anni prima alla Academie de la Grande Chaumie e poi alla Académie Ranson, influenzata dalle istanze dell’Art Decò, si tenne la sua prima mostra al Salon d’Automme, in cui usò uno pseudonimo maschile.

Saint-Moritz

Le opere di Tamara si presentano come una fotografia dell’epoca, dagli anni Venti in poi, raffigurano le mode del momento, come nel dipinto Saint-Moritz (1929), ma anche la malinconia che si nasconde nell’apparire. Difatti le caratteristiche cromatiche contribuiscono, insieme ad un altro elemento della modernità, quale l’architettura, a tracciare delle donne assolutamente raffinate, seducenti, ma irraggiungibili. Da ciò traspare un certo senso di vuoto tra l’apparire e l’essere, com’era accaduto alla stessa Tamara, quando la sua iconicità aveva prima offuscato e poi intrappolato il suo talento artistico. Le donne raffigurate, infatti, non sono altro che i mille volti dell’artista, definite in linee geometriche precise, dai toni levigati e metallici. Sembra di guardare delle marionette bellissime e sempre in posa, con gli occhi vacui.

Ma gli occhi sono il teatro silenzioso di tutti i drammi, lì si nascondono i retroscena più bui e sono freddi, agghiaccianti, distanti. Ad esempio gli occhi pungenti di Kizette sul balcone (1927), gli occhi a fessura di Ragazze (1928), gli occhi decisi di Romana de la Salle (1929), tramano qualcosa, all’angolo delle pupille.

Autoritratto in Bugatti verde

Eppure Tamara decide di raffigurare donne statuarie dislegate dal patos, donne completamente libere di scegliere di sé e della propria sessualità. Un altro dettaglio è nelle mani, raffigurate in modo elegante ma artificioso, sospese e talvolta con i palmi rovesciati come in Kizette sul balcone, in Romana de la Salle, in Ragazza che dorme, e in Ritratto di Madame M. (1933). Le mani, poi, ben fasciate dai guanti di daino, stringono il volante nero in Autoritratto in Bugatti verde (1932). Il quadro mostra una donna in caschetto, velata da uno scialle polacco e gli occhi sono come due lame: è la rappresentazione del controllo e della liberazione femminile legata all’automobile, quale oggetto della modernità e dell’estetica. Un binomio interessante ben delineato nel libro Tamara de Lempicka di Gioia Mori che riporta un articolo dell’ottobre 1930 tratto dalla rivista Figaro, La femme et l’Automobile:

L’automobile non segnerà soltanto un’epoca, ma sarà il simbolo della liberazione della donna: avrà fatto, per spezzare le sue catene, molto più di tutte le campagne femministe e le bombe delle suffragette.

Dal giorno in cui ha scelto il volante Eva è divenuta come Adamo. Quando una donna avrà nelle mani una forza di diciotto cavalli che condurrà con le sue piccole dita, ella riderà dell’uomo che le dice, da secoli: «Sono il tuo padrone perché ho muscoli più forti dei tuoi e perché ti posso sottomettere con la maternità».

Ritratto di Suzy Solidor

Tamara de Lempicka, abile artista e osservatrice della realtà, raffigura la natura morta, il sacro, i suoi amanti e mostra senza volgarità ed esibizionismo un tema significativo e assolutamente moderno: il lesbismo. In Ritratto di Suzy Solidor (1933) è raffigurata una donna (amante della stessa artista) sicura di sé, delicata nella sua nudità, decisa e senza vergogna.

Tuttavia le opere della de Lempicka iniziarono ad essere avvertite in modo freddo dalla critica, soprattutto dagli anni ’60, dopo la morte del secondo marito, il barone Kuffner, e il seguente trasferimento a Houston in Texas, luogo in cui maturò una nuova tecnica pittorica: la spatola al posto del pennello.

Per cui, a causa delle critiche e il peggioramento della malattia, decise di non esporre più le sue opere. Successivamente, nel 1978 l’artista si trasferì a Cuernavaca, Messico, luogo in cui morì il 18 marzo 1980 (le ceneri furono sparse sul cratere del vulcano Popocatepelt).

La sua vita fu quella di una vera esteta, in contrasto con la “giusta misura” raggiunta nei dipinti, seguita da una maternità distaccata e dalla ricerca forsennata della bellezza. E come sottofondo la tragica melodia di Wagner, suono da sempre amato.

Giorgia Zoino per MIfacciodiCultura

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