Se ne va Tom Wolfe, in un falò giustamente vanitoso ci lascia coi radical, ma senza chic

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Le coincidenze accadono. Proprio ieri, il sottoscritto è stato additato, con palese ma male indirizzata volontà insultante, come radical chic, da parte di una persona che non conosce il sottoscritto, né men che meno Tom Wolfe. Cosa da specificare, perché, per la serie forse non tutti sanno che, è stato proprio il giornalista, saggista, critico d’arte e, per quanto ci riguarda, soprattutto scrittore statunitense, a coniare questa ormai abusata espressione. La coincidenza, invece, sta nel fatto che proprio ieri, 14 maggio 2018, Wolfe, il cui nome completo era Thomas Kennerly Wolfe Jr. ci ha lasciato a Manhattan per le complicanze di una polmonite, mentre era nato a Richmond, il 2 marzo del 1930.

Tom Wolfe

Altro caso preclaro di personaggio della cultura mondiale del quale alla massa impermeabile è giunto, nella quasi totalità dei casi, al massimo il titolo dell’opera più famosa, peraltro divenuto paradigmatico: nel 1985 infatti un già noto Wolfe pubblica Il Falò delle Vanità, romanzo che ottiene un immediato, clamoroso successo, poco dopo (1990) attestato dal film di Brian De Palma (attori del calibro di Tom Hanks, Bruce Willis e Melanie Griffith, ma non solo, nel cast), ma non consolidato dacché la pellicola non ottenne successo né di pubblico né di critica. Il titolo del romanzo, divenuto espressione di uso comune, deriva dalla storia, nella fattispecie soprattutto da un episodio del febbraio 1497, quando Savonarola ed i suoi accoliti realizzarono a Firenze un rogo nel quale andarono bruciati i simboli dell’arroganza materiale che potevano infastidire Dio, quindi gioielli ed abiti lussuosi, ma anche opere d’arte e libri, ovviamente.

La storia del romanzo intreccia un giovane affarista di successo, un sostituto procuratore e un giornalista, che operano sullo sfondo di una New York nel pieno del ciclone dell’edonismo reaganiano, nella quale quindi imperano incontrastati razzismo, ambizione sfrenata, cinismo e, ovviamente, avidità, il tutto quindi con una notevolissima aderenza alla realtà (al massimo, leggermente edulcorata). Infatti, uno dei motivi per cui Tom Wolfe non è noto alle grandi masse, è l’aver teorizzato, a partire dal 1989 in avanti, che il romanzo americano si sarebbe potuto e dovuto “salvare” ritornando al realismo e con l’utilizzo, nella scrittura, delle tecniche giornalistiche.

Padre di tutti i Wall Street e dei lupi che la frequentano, wolf o Wolfe che siano, Wolfe riteneva che il punto massimo della letteratura Usa si fosse avuto tra il 1893 ed il 1939, anno in cui Steinbeck pubblica Furore (e come non essere d’accordo?), aggiungendo Faulkner, Fitzgerald ed Hemingway al novero dei massimi, lodando il realismo e biasimando lo spostamento verso la psicologia dovuta all’influenza della letteratura francese (e qui, dissentiamo energicamente). Contraddittorio, oltretutto, Wolfe, ché il suo successo nasce dal tono mordace dei suoi scritti come giornalista (è considerato il progenitore del New Journalism, che appunto adatta lo stile cronistico alla letteratura), dal vivace uso del lessico ma anche dalla capacità di penetrazione psicologica come reporter: per quanto, va detto che tale capacità introspettiva è rivolta più agli ambienti sociali che alle persone che li compongono.

Tom Wolfe, in conseguenza di tali e cotante capacità, ottiene svariati riconoscimenti: il National Book Award, il Dos Passos Prize e soprattutto il Jefferson Lecture in the Humanities, premio che viene conferito dal Governo degli Stati Uniti per traguardi particolari raggiunti nelle discipline umanistiche. Lo scrittore virginiano, infatti, è stato autore di altri neologismi e espressioni idiomatiche entrati a far parte dell’uso semi-comune: ma, come dicevamo, quella più internazionalizzata è appunto, radical chic, divenuta sinonimo elaborato di snobismo, che identifica un particolare tipo di individuo che per motivi vari, ma essenzialmente legati maggiormente all’apparire piuttosto che all’essere (dalla moda a non precisati interessi personali), ostenta idee e atteggiamenti propri della sinistra radicale pur appartenendo originariamente alla borghesia.

La definizione, ovviamente, è molto meno superficiale del suo ormai inveterato uso, che tende a far coincidere da parte degli analfabeti funzionali qualsiasi forma espressiva più articolata del borborigmo, forma di grimaldello degli epistemofobi analfabeti funzionali di qualsiasi idea politica. Non è ancora stata mutuata invece, ma lo facciamo ora, l’espressione Radical Ruspa, che da qui-ed-ora indicherà coloro i quali, sulla scorta del fallimento personale e di quello politico della sinistra, trovano giustificazione per una deriva da ideali umanistici di tolleranza e solidarietà ad altri xenofobi e di esclusione violenta.

Da un punto di vista strettamente letterario, il New Journalism costituì da subito una vera e propria corrente, che oltre a Wolfe si vide rappresentata da personaggi del calibro di Hunter Thompson, Norman Mailer, Truman Capote e Gay Talese, e tutta una serie di epigoni ed emulatori: tra i quali non possiamo annoverare coloro i quali adoperano a caso o in maniera strumentale, se non da ecolalia, il verso radical chic: che era uno sbeffeggio giustificato (oltre che politicallly correct) e raffinato le mode culturali in genere (vogliamo ricordare anche The Painted World, feroce critica al mondo commerciale dell’arte? In un mondo dove esiste una Bettina Warner, ricordiamolo pure) – tra le quali vanno annoverati, effettivamente, anche i radical chic.

Di tutta la preparazione culturale che stava alla base dell’opera omnia di Wolfe, ci rimane soltanto il guscio ed una torma di fruitori fraintendenti ed inconsapevoli: con la scomparsa di Wolfe ci siamo una volta di più impoveriti. Radicalmente. Poi, che di tutta l’opera di un Tom Wolfe rimanga generalmente percepito un tiolo ed un’espressione può sembrare beffardo e crudele, nonché ironico in modo non del tutto sottile, oltretutto. Un falò della vanità: Wolfe, ne siamo convinti, ne sarebbe rimasto sottilmente deliziato.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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