Kazimir Severinovič Malevič, il rivoluzionario bolscevico dell’arte

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Autoritratto di Malevič

Kazimir Severinovič Malevič (Kiev, 23 febbraio 1878 – Leningrado, 15 maggio 1935) fu il pioniere delle avanguardie nell’Est Europa e padre del Suprematismo. Il movimento, come spiegato nel saggio Il suprematismo come modello della non rappresentazione (1920), si impegnava a far risorgere «la supremazia della sensibilità pura nelle arti figurative». Il lancio della nuova tendenza alla Ultima mostra futurista 0.10 a Pietrogrado andò a scontrarsi con la corrente realista, tanto radicata nel periodo zarista, a favore di una nuova cultura europea appoggiata economicamente da Lenin e dai bolscevichi.

Una rivoluzione dovuta o voluta? Quanto simili sono Lenin e Malevič nelle loro rispettive imprese?

Entrambi ebbero un ruolo fondamentale negli stessi anni, poco dopo la Prima Guerra Mondiale. Un periodo difficile, che necessitava di una rivoluzione in tutte le sfumature della realtà. Da un lato, il panorama artistico era immobilizzato nel Realismo ottocentesco lontano anni luce dalle prorompenti e influenti correnti europee; dall’altro, vi era uno Stato intrappolato in un circolo vizioso in cui la borghesia pretendeva ancora i vantaggi che lo Zar, figura in quel momento inesistente, prometteva quando era al potere.

Malevič rivoluzionò completamente il modo in cui si avrebbe dovuto interpretare l’arte. Con la sua opera più celebre, Quadrato Nero, ribadisce un concetto fondamentale: l’arte astratta è al di sopra di quella figurativa. È lo stesso Malevič a spiegare:

Dal punto di vista dei suprematisti le apparenze esteriori della natura non offrono alcun interesse. Solo la sensibilità è essenziale. L’oggetto in sé non significa nulla. L’arte perviene col suprematismo all’espressione pura senza rappresentazione.

Lenin

A differenza del tenore artistico ottocentesco, Malevič crea un movimento per un’arte più sensibile, più essenziale, che richiama la parte più intima di noi stessi, quella che ci guida nell’espressione delle emozioni.

Anche Lenin rivoluzionò il mondo di vedere la società grazie alle sue celebri Tesi d’Aprile, nelle quali egli figura il ruolo della Russia nel diventare, utopicamente, uno Stato proletario. Operò una rivoluzione a discapito di un’alta borghesia sprofondata in una crisi ormai incolmabile, incapace di fermare la forza inesorabile del cambiamento. La presa del Palazzo d’Inverno nella Rivoluzione d’Ottobre, di fronte alla assenza di resistenza ne è un esempio lampante.

Come succede solitamente in concomitanza ad ogni grande cambiamento, i problemi non tardarono ad arrivare. Le loro relazioni in terra tedesca furono viste oltraggiose dall’opinione pubblica, perché nel periodo tra i due conflitti mondiali i rapporti tra le due potenze erano inesorabilmente aspri. Le grandi amicizie coltivate da Malevič in Germania lo portarono ad essere arrestato nel 1930 e vedere distrutti un’ampia porzione dei suoi appunti. Per Lenin gli aiuti dati dal governo tedesco per la Rivoluzione furono causa di un risentimento prolungato nei suoi confronti da parte del partito, soprattutto da colui che inoltre fermò la produzione artistica di Malevič: Stalin.

Quadrato nero su fondo bianco

Entrambi i rivoluzionari trovarono il terreno inasprito, ma riuscirono comunque ad annaffiare e far crescere il seme della Rivoluzione. Introdurre il cambiamento, spesso, può risultare difficile da accettare. Il nuovo fa paura, ma ciò non significa che debba essere per forza visto come un oltraggio al proprio sé. Ma spesso, se è dovuta, una Rivoluzione aiuta ad ammettere a sé stessi quanto si necessita di novità nella propria vita. Se è voluta, allora non bisogna fare altro che trovare l’argomentazione più sensata e provarci a realizzarla.

Per Malevič, la rivoluzione fu sia dovuta, per far fronte all’immobilismo artistico, che voluta, per inglobare al meglio la sensibilità dell’arte.

Elisa Tiboni per MIfacciodiCultura

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