La sensibilità meschina di Sofia Coppola, regista dall’eredità ingombrante

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Maria Antonietta (2006)

Atmosfere evocative e personaggi apparentemente ermetici: i film di Sofia Coppola (New York, 14 maggio 1971) possiedono un’attrattiva di difficile identificazione. Perché? Perché i suoi prodotti cinematografici non hanno mai confini ben definiti, ma si dilatano nello spazio fra i due poli opposti dell’ossessione e del romanticismo puerile e ci lasciano spesso con una sensazione di “non-detto”. In questo spazio, dove a parlarci sono le immagini e non le parole, si verifica un capovolgimento e lo spettatore si ritrova libero di poter giungere ad una interpretazione del tutto soggettiva.

Cercando di dare una spiegazione al perché i film di Sofia Coppola piacciano così tanto da vedere stills condivise a frotte sui social, possiamo fare affidamento sulla ricorsività di alcuni elementi. Oltre all’uso di colonne sonore provenienti dalle scene indie e alternative che la avvicinano a Wes Anderson e a Spike Jonze, ciò che rende la regia di Sofia Coppola immediatamente riconoscibile è l’uso del colore e della luce.

Influenzata dagli studi giovanili di pittura e fotografia, la regista fa largo uso di colori pastello dai toni neutri e smorzati cosicché anche in scene con molta luce (prediligendo quella naturale), i colori appaiono spenti, affievoliti, freddi, quasi a trasporre un altro degli elementi più cari alla regista: l’incomunicabilità esistenziale dei suoi personaggi.

Lost in Translation, 2003

In effetti, nei film della Coppola sembra esserci qualcosa che non oltrepassa le apparenze. E mentre a livello estetico luci e colori creano atmosfere sognanti, quel qualcosa si muove dietro la superficialità, la vanità, l’incomprensibilità reciproca ed emerge in brevi istanti nei quali trapelano le profondità abissali dell’animo umano su cui la regista fa luce con una sensibilità meschina e leggera allo stesso tempo.

Il mood così intavolato riflette lo stato d’animo dei suoi protagonisti, le cui paturnie eclissano le cause che muovono l’intreccio narrativo. Non è tanto ciò che accade in quella finzione che accettiamo temporaneamente per verità che è il mondo esterno in un film, ma è ciò che accade interiormente ai suoi personaggi ad acquistare piena rilevanza. Sofia Coppola stessa ha affermato:

My movies are not about being, but becoming.

I miei film non riguardano l’essere, ma il divenire.

The Bling Ring. 2013

All’inizio di ogni suo film, i personaggi appaiono come assopiti e inconsapevoli della loro abulia. Sono individui incapaci di articolare la propria alienazione fisica ed emotiva che improvvisamente prendono coscienza di un particolare aspetto della propria vita, andando incontro ad una epifania. La scoperta del sesso, una figlia che spunta dal nulla, la salita al trono di Francia, un soldato nordista ferito che si ritrova in un enclave di sole donne e così via. Tutti si ritrovano, volente o nolente, a fare i conti con una realtà che si sfalda sotto i propri piedi e che un tempo credevano essere più stabile.

Ma, proprio come in un racconto di Joyce, la presa di coscienza della loro impasse non li aiuta a superarla, bensì resta una semplice constatazione. Cercando di superare questa condizione, infatti, si scontrano con convenzioni sociali antiquate e insormontabili, come in The Virgin Suicides o nel più recente The Beguiled. Così, la vera scoperta riguarda l’impossibilità di uscire dalla campana di vetro che li tiene prigionieri, ritrovandosi perennemente in bilico tra desiderio ossessivo di esperienze negate e insoddisfazione insanabile.

Come se non bastasse, Sofia Coppola, non ci offre soluzioni e i suoi personaggi sono condannati a tornare alle condizioni di partenza: in Bling Ring, ad esempio, i protagonisti cercano di riempire il vuoto che li separa dalla vita con l’effimera sensazione del possesso materiale scoprendo una realtà ancor più vuota e priva di valori. La meschinità deriva, insomma, dall’assenza di alternative.

The Beguiled (L’Inganno), 2017

Ma la regista vuole indagare tutto lo spettro delle emozioni umane e, tra queste, figura l’emozione più bistrattata di sempre: l’amore. La Coppola ce ne offre le versioni più disparate e lo fa sempre lasciando ai suoi personaggi la giusta dose di intimità. L’amore non è mai banale nei film di Sofia Coppola e, soprattutto in Lost in Translation, è trattato con un romanticismo innocente, infantile e senza filtri. Anche l’amore, ovviamente, si risolve nell’impossibilità della sua stessa realizzazione.

Insomma, non c’è niente da fare, i personaggi della Coppola non riescono a prendere la vita con quella leggerezza di Calviniana memoria che permetta loro di trovare un equilibrio, ma è la necessità stessa di questa consapevolezza a legittimarne ogni fotogramma. Ecco il motivo per cui i film di Sofia Coppola possono essere guardati solo da chi non ha pretese di sapere tutto e subito. Sono film per spettatori versati nell’arte del saper aspettare il momento giusto, quello in cui il personaggio si aprirà alla vita e arriverà ad una nuova, splendida consapevolezza e comincerà a guardare al mondo in maniera diversa. Spetta a chi guarda decidere cosa accadrà dopo.

Valeria Bove per MIfacciodiCultura

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